FEDERALISMO, PRINCIPE (PD): LA QUESTIONE MERIDIONALE RIGUARDA TUTTI
Se lo Stato italiano, dall’Unità ad oggi, avesse seriamente affrontato e risolto la questione meridionale, in queste settimane si parlerebbe con più serenità, senza paure, di federalismo fiscale, inteso come responsabilizzazione dei territori in un quadro di solidarietà nazionale e, quindi, di uguale godimento dei diritti fondamentali, da parte dei cittadini, sull’intero territorio italiano. E’, infatti, l’arretratezza delle regioni meridionali che rende, per le popolazioni del Sud, incerto il futuro, diffidente e problematico l’approccio ad un modello federale che viene considerato come una ulteriore causa di intensificazione delle differenze economiche tra il Settentrione ed il Mezzogiorno. Pur nella consapevolezza che in molti campi i ritardi del Mezzogiorno chiamano in causa la responsabilità delle classi dirigenti e dell’intera società del Sud d’Italia, bisogna con forza ribadire che lo Stato italiano ha affrontato senza una chiara visione strategica la questione meridionale, che in 150 anni di storia unitaria è stata assunta come vera e propria questione nazionale solo dai governi guidati da Alcide De Gasperi e, successivamente, dal primo centro-sinistra, quello vero, di Fanfani, Moro, Nenni, De Martino e Mancini. E non sarebbe sbagliato lavorare per la costruzione di un nuovo centro-sinistra, imperniato sul PD e sull’UDC, quale sintesi alta del riformismo cattolico e socialista, per una vera alternativa al centrodestra; ma delle alleanze parleremo in altro momento. Ormai sono circa 20 anni che il Mezzogiorno è uscito, addirittura, dall’agenda politica del Paese; e, per verità, questa rimozione attraversa l’intero schieramento politico italiano da Destra a Sinistra. E serve poco affermare che ciò dipende dal fatto che il Sud non riesce più ad esprimere figure politiche di primo piano, in quanto se il Mezzogiorno viene assunto, per come realmente è, a problema e questione nazionale, è di grandi statisti di statura nazionale che il Paese ha bisogno per capire, programmare ed affrontare questa grande questione, poiché è estremamente arduo per l’Italia rilanciarsi sul sentiero dello sviluppo e del progresso civile e sociale portandosi dietro una pesantissima palla di piombo, pari a quasi il 40% del suo territorio. Ed a riprova di questo assunto, è utile ricordare ancora che Alcide De Gasperi, che ha affrontato con lucidità ed energia la questione meridionale, era trentino ed aveva iniziato la sua prestigiosa carriera politica come deputato del Partito Popolare austriaco, nel parlamento di Vienna, all’epoca di Francesco Giuseppe. Come avviene, spesso impropriamente, di volgere lo sguardo oltre le Alpi, forse non è sbagliato ricordare l’impegno dello stato unitario tedesco in favore delle regioni orientali germaniche dopo l’unificazione del 1989: nei primi dieci anni di Stato unitario, la Germania ha investito nelle regioni dell’Est più di quanto l’Italia ha investito per il suo Sud in 50 anni di Cassa per il Mezzogiorno. E’ l’analisi delle leggi finanziarie e dei bilanci dei Ministeri che può far intendere le politiche di un Paese; se questa analisi venisse fatta per le finanziarie e per i bilanci dello Stato italiano, soprattutto per gli ultimi 15 anni, ci si renderebbe conto della assoluta assenza di impegno serio per il Sud. Come può rilanciarsi un territorio nella totale assenza di politiche per colmare il gap infrastrutturale, per garantire la sicurezza dei cittadini e per aumentare conoscenza, saperi ed investimenti in ricerca ed in innovazione, dal momento che non è pensabile competere nella economia globale se non si garantiscono trasporti rapidi ed efficienti, tranquillità a chi deve investire ed un apparato produttivo tecnologicamente avanzato; ed in questi settori, per come è noto, la competenza primaria, a volte addirittura esclusiva, appartiene allo Stato. La questione meridionale, dunque, è una questione da affrontare, innanzitutto, sotto il profilo culturale ed è, quindi, un problema che riguarda l’intero schieramento politico, poiché è onesto affermare che marcate sensibilità nordiste sono presenti anche nello schieramento progressista e nel PD. Naturalmente, la questione culturale assume un valore prioritario per lo schieramento di centrodestra, che ha la responsabilità del governo del Paese. Il centrodestra italiano nel Nord si avvicina al 50% dei consensi, profittando di una presenza leghista che in alcune regioni raggiunge percentuali intorno al 25%, mentre nel Sud registra la totalità del consenso, anche in questa latitudine vicino al 50%, come PDL. Viene a questo punto spontaneo affermare che i dirigenti ed i parlamentari meridionali del PDL, poiché subiscono passivamente la linea politica imposta dalla Lega Nord, vivono la loro esperienza politica in un rapporto di vera e propria subordinazione rispetto all’establishment, subalternità accentuate dalla vigente legge elettorale, che vuole il Parlamento nominato dai vertici di partito. La verità è che Berlusconi è il vero protagonista delle politiche nordiste oggi vigenti nel Paese; Berlusconi, che pur consapevole di quanto sia stato determinante per il suo successo il voto del Sud, ritiene di poter soddisfare le moltitudini meridionali, non con serie politiche di sviluppo, ma con vecchissime iniziative di stampo assistenziale e clientelare. La questione meridionale, come questione prettamente culturale, ritorna, dunque, prepotentemente in evidenza, poiché il berlusconismo ha la convinzione che per avere successo nel Mezzogiorno sono sufficienti sorrisi, pacche sulle spalle, promesse e soddisfacimento di richieste individuali. Ma se il problema del Sud è, anche e soprattutto, una questione culturale, può il Mezzogiorno dare al resto del Paese l’alibi che queste nostre terre sono immensi pozzi di San Patrizio senza fondo, in cui è inutile buttare risorse, perché queste servirebbero solo ad ingrassare notabili e clientele, se non addirittura la delinquenza organizzata. Il Sud, pertanto, non può fare a meno di una saggia, sana, operosa ed efficace politica del far da sé. Lo Stato unitario italiano, in 150 anni, ha reso il sud creditore di illuminate politiche nei settori di propria esclusiva competenza, ma se la nostra sanità non funziona, se i nostri territori sono stati massacrati dalla speculazione edilizia, se il nostro turismo incomincia ad essere fuori dal mercato internazionale se, addirittura, non siamo stati in grado di trattare i nostri rifiuti bisogna riconoscere che di tutto ciò non è responsabile lo Stato. Ecco che si rende necessario un protagonismo virtuoso, all’insegna della programmazione, della concentrazione delle risorse su obiettivi seri e di una efficace capacità realizzatrice degli enti locali e delle regioni del Mezzogiorno partendo, con riferimento alla Calabria, da una revisione dello statuto finalizzato alla costruzione di una Regione leggera, che si limiti a compiti di legiferazione, di pianificazione, di indirizzo e di controllo, trasferendo i compiti di attuazione dei programmi e di gestione al sistema delle Autonomie Locali. Ma di quest’ultimo argomento parleremo in un prossimo scritto. (Sandro Principe, Consigliere Regionale della Calabria)
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