giovedì 30 ottobre 2008

La lettera di Beatrice Magnolfi.

Scuola: i contenuti al centro delle proposte del PD.

La lettera di Beatrice Magnolfi.

Nel grande dibattito che si è (finalmente!) aperto sulla scuola, purtroppo si parla di tutto tranne che di contenuti e metodi di apprendimento.
L'unico indirizzo "culturale" del governo è quello dei tagli e del ritorno al passato in materia di disciplina e di controlli: il rimpianto di una scuola più severa si può anche condividere, alla luce delle recenti degenerazioni, ma le riforme necessarie sono ben più profonde.

La scuola italiana va cambiata in modo radicale e il PD, con le proprie proposte, dovrà partire dai contenuti e dalla struttura stessa del sistema formativo.

L'impresa è difficilissima, l'ultimo che ci ha provato seriamente, Luigi Berlinguer, ha pagato personalmente la propria utopia, ma senza quella utopia si fanno solo ritocchi cosmetici, che non intaccano i problemi di fondo.

Uno di questi problemi, secondo me, è che i ragazzi, soprattutto quelli delle medie e delle superiori, a scuola si annoiano profondamente. E, se si annoiano, ovviamente non imparano.

I più svegli, o i più sgobboni, o quelli che vivono in un ambiente familiare più stimolante, se la cavano lo stesso. Gli altri vanno ad abbassare le percentuali dei test OCSE e PISA, che registrano un drammatico arretramento della scuola italiana, soprattutto in certe aree.
Ciò che va messa in discussione non è tanto la preparazione degli insegnanti -che tuttavia va sottomessa a valutazioni serie e ricorrenti- e tanto meno la regione da cui provengono. Su questo si sono sentite madornali sciocchezze.

E' l'intera offerta formativa della scuola italiana che va ripensata, perché è stata concepita in un contesto culturale che non ha nulla a che vedere con quello attuale. E' stata progettata per bambini e giovani che oggi non ci sono più.

Oggi i bimbi cominciano il percorso scolastico tre anni prima, grazie alla scuola materna, che in genere ha un livello eccellente. Non solo, ma sono bombardati da una mole enorme di stimoli e di informazioni; viaggiano di più con i genitori e, da veri "internet natives", cominciano a smanettare sul computer fin da piccoli; crescono fra le suonerie dei cellulari e le immagini della playstation, per non parlare dell'enorme influenza della televisione, che certo - forse purtroppo- non è la stessa di Carosello e di Topo Gigio.

Questo è uno dei motivi per cui la riforma dei moduli alle elementari ha funzionato, qualunque sia la motivazione per cui è stata pensata: con quella riforma, che la Gelmini ha cancellato, non solo si garantiva a tutti il tempo pieno, che è un grande fattore di equità e di mobilità sociale, ma si spostava in avanti il primo ciclo - grazie alla presenza di più insegnanti e più specializzati-, avvicinandolo alla scuola media e in questo modo evitando tanti insuccessi dovuti al passaggio traumatico fra il primo e il secondo ciclo.

Bisognerebbe fare il contrario di ciò che ha fatto il governo, ovvero chiedersi se abbia ancora senso la separazione fra i due cicli di base, spesso già fisicamente uniti negli Istituti comprensivi. E anche se non sia anacronistico che i ragazzi di oggi, pur crescendo e imparando prima, per arrivare al diploma debbano andare a scuola fino a 19 anni, come facevano i genitori e i nonni, con la conseguenza che i coetanei europei arrivano tutti al traguardo prima di loro.

Ma poi: cosa si impara a scuola? E come?

Di certo non si impara l'amore per la scienza, neppure nel liceo scientifico.

Ci sono pochissime ore di studio, e pochissimi laboratori. Nella patria di Galileo, l'esperienza scientifica è in gran parte ancora preclusa agli studenti delle medie e delle superiori.

Eppure non manca l'interesse e neppure il talento: basti vedere il successo presso i giovani delle iniziative di divulgazione scientifica.
Per contro, nella scuola italiana non si impara neppure l'arte, anzi va detto che, a parte la scuola elementare, ogni tipo di creatività è fortemente scoraggiato o relegato nelle attività extracurricolari. Basta fare un giro negli altri paesi europei per vedere quale importanza abbia l'espressione artistica nei curricoli e nella formazione dei giovani: dalla scrittura creativa all'educazione all'immagine, dal disegno ai laboratori teatrali.

Quanto alla musica, a meno che i ragazzi non frequentino il conservatorio, sono rarissime le occasioni offerte dalla scuola e questo la dice lunga sulla drammatica distanza con il mondo giovanile.

I Comuni più avanzati in Italia hanno finora supplito a questo vuoto grazie alle scuole di musica comunali, soprattutto attive nel centro-nord, ma lo stato della finanza locale non consente più queste iniziative.

Insomma, la discussione sui contenuti dovrebbe spaziare molto al di là della stucchevole querelle sull'insegnamento del latino, spesso ideologica e non fondata su considerazioni scientifico-pedagogiche.

E dovrebbe investire soprattutto il metodo.

La scuola italiana, con i suoi paradigmi di insegnamento prevalentemente teorico e somministrato dall'alto, è figlia di un modello cognitivo che è stato definitivamente superato dall'avvento della società digitale, continuamente interconnessa, veloce, interattiva. Una società che sta cambiando tutti i linguaggi, le relazioni fra le persone, il modo di lavorare e perfino di pensare. Cambia la durata dell'attenzione e il meccanismo della concentrazione, la memoria, la fruizione culturale. La compartimentazione del sapere viene spazzata via, c'è una nuova domanda di contaminazione e di partecipazione alla produzione dei contenuti che rende antidiluviana l'organizzazione stessa della scuola.

La risposta non è l'insegnamento del computer nell'aula di informatica che, quando va bene, è in genere chiusa a chiave e accessibile un'ora la settimana. E neppure sostituire il computer al libro o al quaderno delle ricerche.

Il problema è cogliere il salto di paradigma, il bisogno di apprendere "facendo" e non solo ascoltando, la domanda inedita di protagonismo che confligge con la passività, che peraltro verrà ulteriormente incoraggiata dal 5 in condotta.

Si annoiano gli studenti, e si annoiano anche i professori, sempre meno chiamati a contribuire in maniera originale e propositiva al processo formativo e sempre più ridotti a burocrati, meri certificatori di attività obsolete.

La demotivazione degli insegnanti è la grande malattia della scuola italiana e deriva soprattutto dalle vergognose condizioni economiche in cui sono condannati a versare e dal falso egualitarismo che, giorno dopo giorno, smorza gli entusiasmi dei più bravi. Ma deriva anche dalla frustrazione e dall'impotenza nel vedere la scuola destinata a declinare di fronte allo strapotere delle altre "agenzie formative", dalla inadeguatezza dei mezzi con cui dovrebbero combattere la regressione culturale, dall'incapacità di mettere un argine alle crescenti differenze sociali, dalla solitudine in cui sono lasciati a svuotare il mare con un secchiello.

La Gelmini scopre che nella scuola ci sono gli sprechi? E' profondamente vero. Ma sono soprattutto sprechi di intelligenza, di cultura, di entusiasmo, di professionalità, di meriti individuali, di talento. Sprechi di sapere, che è la più grande ricchezza delle società moderne.

Continuando così, può esserci solo un ulteriore degrado e, per chi può, una fuga dalla scuola pubblica.

Il movimento che è sceso in piazza in questi giorni per me è come un grido contro l'indifferenza che porta al degrado, è un messaggio di energia e di vitalità, dimostra che la rassegnazione non ha ancora preso il sopravvento e che un'altra scuola è possibile.

E' un movimento che tutto vuole tranne una scuola più facile. Al contrario, mi sembra di cogliere una forte opposizione alla "cultura della scorciatoia" e alla furbocrazia che è diventata egemone nel nostro paese. Tocca a noi raccogliere questo messaggio positivo, in maniera non strumentale, e sapendo che il cambiamento necessario non sarà indolore. Ma, come direbbe Veltroni, il riformismo non è "anche" radicalità?

Oggi l'Italia si è svegliata.Anna Finocchiaro a YouDem.

Oggi l'Italia si è svegliata

Anna Finocchiaro a YouDem

“Un riforma che non è stata discussa con nessuno”. Con queste parole è intervenuta questa mattina Anna Finocchiaro, presidente dei senatori del PD, in merito alla Legge Gelmini durante la diretta televisiva su YouDem.tv.

Per la Finocchiaro non si tratta solo di una riforma sbagliata, frettolosa e basata solo sui tagli indiscriminati ma soprattutto di una riforma cieca, bloccata e non discussa con nessuno. “Le parti in causa, gli studenti, gli insegnanti, le istituzioni. Nessuno è stato interpellato. Questo è un chiaro segnale del clima politico in cui si vive. Se in Parlamento si chiede del tempo per discutere, ci viene concesso solo perché la parola 'tempo' è un concetto che non viene adoperato. La maggioranza siede nel Parlamento solo per approvare quanto voluto dal governo e non per discutere. E' così che funziona. La discussione è pericolosa anche perché qualcuno potrebbe introdurre una piccola questione che potrebbe far rompere il giocattolo, far pensare, interrompere l'equilibrio”.

La Finocchiaro condivide quanto annunciato stamattina dal leader Walter Veltroni di ricorrere al referendum abrogativo della legge Gelmini. “Il referendum è uno strumento fondamentale se usato con parsimonia. Utile per l'Italia a prescindere da connotazioni politiche. Per questo il PD non vuole mettere il cappello sopra la paternità del referendum stesso. Anzi ci auguriamo la creazione di comitati spontanei che servano alla proposta e alla discussione eliminando la brutta abitudine metodologica di come questo governo affronta le riforme! Mi auguro inoltre che siano le stesse scuole e università i luoghi di incontro e di dibattito per il futuro del Paese”.

La senatrice del PD si fa portavoce di una proposta unitaria che veda una vera riforma delle istituzioni del sapere. “La riforma sulla scuola e l'università ha visto già otto anni di sperimentazione e il fatto che nessuno di questo governo si sia posto la domanda di integrare il lavoro svolto, di sentire i diretti interessati, di pensare in maniera collegiale è una chiara testimonianza dell'assenza di collegamento con le istituzioni e con il mondo reale”.

“So bene – ha continuato la Finochiaro – che il referendum non si può fare sulle leggi finanziarie. Il referendum abrogativo proposto da Veltroni non riguarda solo la legge Gelmini, ma mira a risolvere una preoccupazione generale. I tagli delle finanze non sono l'unico problema. Non ci si rende bene conto delle molte conseguenze dei tagli indiscriminati. La sperimentazione è a rischio. Molte scuole chiuderanno creando un'ondata di pendolarismo studentesco sinceramente ingiustificato. Quello che noi chiediamo è che si destinino risorse commisurate all'importanza strategica della scuola”.

Provocata da una domanda Nino Bertoloni Meli, giornalista de “Il Messaggero”, sul fatto che, nonostante tutte le proteste, l'interesse di molti italiani continua ad essere latitante e il consenso del premier ancora intoccato, la Finocchiaro ha spiegato che “Berlusconi fa apparire tutto rassicurante e semplice. La scuola elementare, sebbene sia tra le migliori al mondo, diventa oggetto di tagli perché è facile agire così. La stessa cosa era stata fatta con l'esercito in nelle strade. Si crea la paura e poi la si cura con l'antidoto. Oggi ci riporta il maestro unico così caro alle generazioni passate, riproponendo l'immagini tratte dal libro “Cuore”. Che questo significhi 132.000 persone espulse dalla scuola e il taglio di qualche miliardo dai finanziamenti diventa solo un corollario di poco valore. La gente si fida di questo modo di fare. Occultare la realtà che è l'emblema di questo governo. Ma hanno fatto male i conti. Oggi l'Italia si è svegliata dal sonno in cui era stata indotta”.

Il rovescio della medaglia sta nel fatto che si continua a parlare della fuga dei cervelli. “Nonostante tutto, dalla scuola e dalle università si formano talenti e intelligenze che vengono apprezzati all'estero. Questi sono l'esempio del paradosso italiano: si emerge anche nelle condizioni più difficili se non impossibili”.

Un ultimo pensiero, la Finocchiaro lo rivolge all'altra grande riforma sul piatto dell'agenda politica: quella elettorale in vista delle prossime elezioni europee. “Noto troppi equivoci, soprattutto strumentali”.
Per Berlusconi fissare lo sbarramento al 5%, con liste senza preferenze, significa diventare il signore assoluto del Pdl. Chi comanda decide e così si inglobano piccoli partiti che non passerebbero il blocco e si eliminano altri che sarebbero indigesti.
“Già l'attuale legge elettorale nazionale – ha concluso - è una vergogna perché elimina la rappresentanza parlamentare del rapporto diretto tra eletto ed elettore. Si mette nelle mani del segretario del partito le sorti del parlamentare, troppo impegnato nel ottenere la fiducia del proprio leader piuttosto che quella dell'elettore che lo ha votato. Lo sbarramento alto elimina la rappresentanza compiuta. Invece, evitando la polverizzazione dei partiti, occorre garantire la rappresentanza delle donne”.

Il PD in corteo: "ora lavoriamo per il referendum".Contro i tagli al cuore del Paese.

Contro i tagli al cuore del Paese

Il PD in corteo: "ora lavoriamo per il referendum"

''E' una grande manifestazione del mondo della scuola dei sindacati così come è di tanti cittadini che si affacciano alla finestra e solidarizzano. Il governo ascolti il mondo della scuola perché questa riforma sono solo tagli al cuore del paese''. Walter Veltroni, partecipando al corteo contro la riforma Gelmini in corso per le strade della capitale, è severo contro il governo e ribadisce che contro il decreto legge, che ha ricevuto l’ultimo ok ieri al Senato, il PD continuerà la battaglia “con lo strumento referendario”. Per il segretario dei democratici questa è la cosa da fare se si vuole difendere la scuola, cioè “il cuore delle scelte fondamentali di un paese che vuole essere forte e competitivo”.

Veltroni non manca anche di esprimere inquietudine per i gravi fatti che ieri hanno avuto come sfondo Piazza Navona."Mi preoccupa – dice il segretario PD - il fatto che ci sia stata un'aggressione violenta da parte di persone ben identificate e non nuove". Secondo il leader PD, dunque, "il tentativo di radicalizzazione di un movimento pacifico e senza connotazione politica va respinto ad ogni costo. In questo senso credo che tutti debbano fare la loro parte".

E in questo senso un ruolo fondamentale e primario spetta proprio al governo, che fino ad ora si è sempre sottratto al confronto. "Il Governo – sostiene il leader dei democratici - dovrebbe avere il desiderio di ascoltare gli studenti, che sono una parte importante della società italiana e del mondo della scuola". Eppure dei consigli che arrivano non solo dall’opposizione, l’esecutivo sembra non curarsene. Anzi, secondo Vittoria Franco, ministro delle Pari opportunità del governo ombra del Pd: "Non c'e' cosa peggiore che creare ad arte un clima di tensione e di paura, come stanno facendo da giorni gli esponenti della maggioranza e del governo. Il capogruppo di partito di governo, (Gasparri aveva infatti accusato l’opposizione di “manipolazione”, ndr.) dovrebbe avere maggiore responsabilità e non parlare a vanvera. Ma forse- prosegue Franco- anche lui, come Berlusconi, teme di perdere terreno sapendo che il Paese ha cominciato a capire l'inganno".

E in una situazione del genere, per tutti coloro che vogliono dire no ad una maggioranza incapace di ascoltare il popolo che gli ha dato mandato di governare, è necessario rimanere uniti. Questa l’idea che anche il leader della Cgil, Guglielmo Epifani, intervenendo davanti a un milione di persone a piazza del Popolo, ha condiviso con i manifestanti. "Non dividiamoci, - dice - la forza di questa giornata è l'unita', non scambiamo un piatto di lenticchie per questa forza di unità. Questo è il segno di questa manifestazione e di questo incontro".
Rivolgendosi poi agli studenti e agli insegnanti in piazza Epifani aggiunge: "Un giorno ricorderete di essere stati protagonisti di questa battaglia e più avanti gli altri, ovvero quelli che oggi non ci sono, ci diranno grazie".

Una battaglia che non è ancora persa. Il referendum sarà lo strumento per dire no a chi vuole soffocare il futuro. Un futuro che è dei giovani e che sarà dei nostri figli.
Alle nuove generazioni, infatti, si rivolge l’incitazione del leader della Cgil: "Non vi pentirete di stare qui oggi, io vi assicuro che il vostro impegno non sarà messo in discussione da chi ha cattivi pensieri e cattivi propositi. La forza di questa piazza- conclude- è la democrazia".

La democrazia, appunto. Questo particolare che il governo continua ad ignorare. Ma chi non è linea con il pensiero “tremontiano” c’è e oggi a Roma, come in tutta Italia, ha fatto sentire la sua voce nonostante le previsioni fatte dall’esecutivo. Lo ricorda il capogruppo del PD al Senato, Anna Finocchiaro, "la manifestazione di oggi – dice - smentisce le previsioni del centrodestra secondo il quale con l'approvazione al Senato del decreto legge Gelmini tutto sarebbe finito". Dopo aver definito “strepitosa” la partecipazione al corteo anti-Gelmini, la Finocchiaro ha avvertito il governo: "Non è finito niente. Anzi. Cominceremo ora a lavorare nel paese, mettendo su i comitati di difesa della scuola in sostegno al referendum". Insomma altro che maggioranza silenziosa, sottolinea Pina Picierno ministro ombra delle Politiche giovani, “oggi la maggioranza degli italiani è rumorosa e intende farsi sentire”. E il PD è pronto a dargli voce.

SCUOLA: STUDENTI ED INSEGNATI IN SCIOPERO IN CALABRIA

SCUOLA: STUDENTI ED INSEGNATI IN SCIOPERO IN CALABRIA


Il mondo della scuola calabrese, stamane, ha partecipato allo sciopero nazionale contro il decreto Gelmini. A Catanzaro, un corteo di studenti ed insegnanti ha percorso le vie cittadine, occupardo, per circa un'ora, il viadotto Bisantis, impedento il transito veicolare in entra ed uscita dalla citta'. Anche gli studenti univeritari dell'Ateneo catanzarese hanno tenuto assemblee e dibattiti. A Reggio Calabria, si e' tenuta la manifestazione piu' consistente, con concentramenti e cortei. Gli studenti dell'Univerista' regginana stanno tenendo assembe e dibattiti. La stessa situazione si e' verificata all'Uni.Cal., con varie manifestazioni programmate, mentre gli studenti medi delle scuole superiori hanno organizzato una manifestazione con corteo.

SCUOLA: OLIVERIO(PD), APPROVAZIONE DL GELMINI ATTO ARROGANZA

SCUOLA: OLIVERIO(PD), APPROVAZIONE DL GELMINI ATTO ARROGANZA


Catanzaro, 30 ott - ''Indifferente alle proteste degli studenti e dei docenti, attuate in tutto il Paese in diverse forme, ed insensibile alle esigenze delle famiglie, il Senato ha dato il via libera al decreto legge Gelmini. Si tratta di un chiaro segnale di arroganza e prepotenza, lanciato da una maggioranza politica che non tiene assolutamente conto di cosa succede nella societa' italiana''. Lo afferma il parlamentare del Partito Democratico Nicodemo Oliverio, capogruppo in Commissione Agricoltura alla Camera. ''Con questa pseudo riforma - aggiunge Oliverio - la scuola e l'universita' subiscono gravi penalizzazioni che si ripercuoteranno sui nostri giovani, sul nostro futuro. Da settimane studenti, corpo docente e non, genitori, chiedono al Governo un tavolo di concertazione, una discussione serena e concreta. Nessuno vuole difendere l'indifendibile, ma non si cambia per il solo gusto di cambiare. Si riforma tenendo al centro l'interesse generale e le nuove esigenze dei soggetti interessati e non tagliando a casaccio la voce spese. La spesa per la scuola e' un investimento e come tale va difesa e sostenuta''. Oliverio, poi, sottolinea i gravi danni che subiranno, in particolare, le regioni del Sud ed i piccoli centri. ''Secondo alcuni calcoli - evidenzia l'esponente del Pd - in Calabria decine di piccoli comuni rimarranno senza istituti scolastici e questo rappresenta, senza ombra di dubbio, cosi' come fortemente denunciato nei giorni scorsi dal Vescovo della Diocesi di Locri, monsignor Giuseppe Fiorini Morosini, non solo un impoverimento culturale ma anche una grave emergenza sociale''.

ROMA, CORTEO NO GELIMINI: "SIAMO UN MILIONE". SFILA ANCHE VELTRONI

ROMA, CORTEO NO GELIMINI: "SIAMO UN MILIONE". SFILA ANCHE VELTRONI


Dopo la conversione in legge del decreto Gelmini e le proteste spontanee degli studenti in molte città d'Italia, è il giorno dello sciopero nazionale indetto dai sindacati confederali (Cgil, Cisl, Uil), Snals e Gilda. A Roma la grande manifestazione partita da piazza della Repubblica con studenti, insegnanti, famiglie. Secondo gli organizzatori i manifestanti sono un milione. Cortei e proteste anche in molte altre città italiane. Intanto sono tornati liberi senza obbligo di firma, dopo la convalida degli arresti, i due giovani fermati mercoledì per gli scontri in piazza Navona. Yassir Goretz, 33 anni, di Rifondazione, e Michele Bauml, 19 anni, di Blocco Studentesco, sono stato giudicati per direttissima. Il primo è imputato di lesioni, per aver colpito un'agente mentre si divincolava e resistenza. Bauml soltanto di resistenza. Il processo per entrambi è fissato al 17 novembre. VELTRONI IN TESTA - In testa al corteo, partito intorno alle 9.30, Walter Veltroni e Guglielmo Epifani. «Il governo ascolti la società e non trasformi questo movimento in un fatto politico» ha detto il leader del Pd. Epifani tiene il comizio finale in piazza del Popolo. Prima degli interventi il pubblico ha riservato una raffica di fischi e boato assordante ai ministri Gelmini e Brunetta. «Sembra di essere tornati alle stagioni delle grandi manifestazioni sindacali. È davvero una giornata memorabile» ha detto. Il leader della Cisl Raffaele Bonanni ha chiesto al governo di «riaprire un confronto con i sindacati, gli enti locali e le famiglie, perché la scuola non può essere diretta come una azienda». Anche Di Pietro alla manifestazione. «Non appena il decreto sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale insieme alle firme per l'abrogazione del lodo Alfano inizieremo anche un'altra raccolta di firme contro la riforma Gelmini. Giustizia e istruzione sono settori fondamentali per la democrazia» ha detto il leader Idv. Per il Pd hanno sfilato in corteo anche Anna Finocchiaro e Mariapia Garavaglia. «È una enorme manifestazione di popolo» ha detto il segretario di Rifondazione Paolo Ferrero. CORTEO DIVISO IN TRE - In apertura lo striscione «Uniti per la scuola di tutti». E poi tante bandiere e palloncini colorati. Studenti, insegnanti e dirigenti scolastici sono arrivati da tutta Italia con centinaia di pullman e treni speciali, nonostante il brutto tempo e la pioggia. Gli organizzatori hanno spiegato che il corteo si è diviso in tre parti «per ragioni di spazio», a causa dell’enorme afflusso di persone: il primo, quello dei sindacati, già in piazza del Popolo, il secondo degli universitari che sta sfilando in via Cavour verso via dei Fori Imperiali e un terzo alla Magliana, perché non riesce ad arrivare in centro. Alta l’adesione allo sciopero secondo i sindacati, con il 90% delle scuole pubbliche italiane chiuse. SCUOLE ELEMENTARI - Tanti gli scolari delle scuole elementari e medie, accompagnati da insegnanti e genitori. «Mamme e papà non state a guardare, c'è la scuola da salvare» recita uno striscione; «Belli e brutti, la scuola è di tutti» ricordano sventolando un lenzuolone colorato gli alunni di una scuola elementare di Bologna, mentre il settimo circolo Montessori affida a un colorato cartello lo slogan «Con un popolo ignorante è più facile governare». Un secondo corteo è partito dall'università La Sapienza. «Siamo l'onda che vi travolge» si legge nello striscione degli universitari che scandiscono lo slogan «siamo tutti antifascisti». Giunto all'altezza di piazza dei Cinquecento, vicino alla stazione Termini, il corteo ha deviato per via Cavour, senza dirigersi quindi unirsi al corteo principale come era previsto. L'intenzione degli studenti è di raggiungere la sede del ministero dell'Istruzione in viale Trastevere. Al troncone del corteo si stanno unendo anche gli studenti delle scuole superiori e alcuni gruppi di universitari giunti da varie regioni. PROBLEMI AL TRAFFICO - Il corteo attraversa via Emanuele Orlando, largo di Santa Susanna, piazza Barberini, via Sistina, Trinità dei Monti. Complice la violenta pioggia e i limiti alla circolazione, il traffico a Roma è particolarmente intenso con veri e propri ingorghi a ridosso del centro. Disagi sono previsti anche per il trasporto pubblico con la deviazione di 27 linee bus e la chiusura della fermata di piazza di Spagna. Dalle 10 chiusa anche la stazione Repubblica della linea A della metropolitana. Più di venti pullman provenienti dalla sola città di Siena sono fermi sul raccordo anulare e hanno deciso di inscenare una protesta sul luogo, vista l'impossibilità di arrivare in piazza del Popolo. MILANO, A MIGLIAIA IN CENTRO- Sono migliaia gli studenti, gli insegnanti e i genitori delle scuole e delle università milanesi partiti prima delle 10 da Largo Cairoli. In testa al corteo (guarda le foto) ci sono i rappresentanti di Rete Scuole, accompagnati da bambini e genitori, con lo striscione: «Scuola pubblica a rischio di estinzione, proteggiamola». Subito dopo le organizzazioni sindacali con le loro bandiere e gli studenti medi guidati dal coordinamento dei collettivi con lo striscione «L’onda è anomala, imprevedibile e antirazzista». Gli alunni del liceo Artistico di Brera, truccati da clown, sfilano dietro uno striscione con la rappresentazione dell'«Ultima cena» di Leonardo da Vinci che recita «Che questa sia l'ultima». Tre studenti, inoltre, sostengono un altro striscione che riproduce il volto del ministro dell'Istruzione truccata da pagliaccio e con la scritta: «Il regime dei buffoni». Tra i partecipanti spunta anche il «santino» con l'effigie del ministro Gelmini ribattezzata «Beata Ignoranza». Tra gli striscioni tutti rivolti contro il ministro dell'Istruzione, ne spicca uno: «Rimedio Enterogelmini. Attenzione: non somministrare in età scolastica». PROTESTE IN TUTTA ITALIA - Gli universitari dell'Udu scendono in piazza per «rivendicare un sistema formativo pubblico e sul quale non si possono operare tagli così vistosi». Oltre a Milano e Roma gli studenti medi e universitari sono al fianco dei lavoratori anche ad Ancona, Cagliari, Catania, L'Aquila, Lecce, Palermo, Pavia e Torino. A Torino è partito da Palazzo Nuovo il corteo degli studenti universitari delle facoltà umanistiche. In piazza Arbarello incontreranno gli studenti delle scuole medie superiori e in cui confluiranno anche gli universitari di altre facoltà e del Politecnico. Sfilano anche i precari della ricerca. A Genova migliaia di studenti in corteo, presente anche il presidente della Regione Claudio Burlando. La protesta degli universitari e delle scuole superiori si è unita con quella delle scuole elementari e dei Cobas. I manifestanti hanno poi occupato i binari della stazione ferroviaria di Piazza Principe. A Bologna diverse migliaia di studenti medi e universitari si sono concentrati in piazza Nettuno e in piazza Maggiore. A Brescia i manifestanti hanno occupato la stazione ferroviaria fino alle 11. Stessa cosa a Firenze, dove un centinaio di manifestanti, tra studenti e aderenti ai centri sociali, ha occupato alcuni binari a Campo di Marte. Ci sono stati dei momenti di tensione. ALTRE CITTÀ - In Sicilia si prevede un'adesione molto elevata allo sciopero da parte degli insegnanti. Secondo la Flc Cgil molti istituti sono rimasti chiusi a Palermo e provincia. A Palermo due i cortei: uno di docenti, personale scolastico e genitori e l'altro di studenti delle superiori e dell'università. Cortei anche a Messina, Reggio Calabria e Cagliari. Ancora manifestazioni a Napoli: tre istituti superiori sfilano a Portici, uno a Ischia, mille studenti ad Arzano. A Bari sono circa 2mila gli studenti di scuole superiori e universitari che stanno manifestando. La protesta odierna sarà seguita in diretta radiofonica a reti unificate con uno speciale promosso da RadUni, l'associazione nazionale degli operatori radiofonici degli atenei italiani.

SCUOLA, EPIFANI: L'INTERO PAESE INSORGE

SCUOLA, EPIFANI: L'INTERO PAESE INSORGE


Roma in questo momento è attraversata da 4 cortei, piazza della Repubblica si svuota e si riempie in continuazione. In tutta Italia sono in corso manifestazioni: un intero Paese che insorge". E' quanto ha affermato il segretario della Cgil Guglielmo Epifani parlando dal palco allestito in piazza del Popolo. "Ai giovani dico non vi pentirete di stare qui oggi - ha aggiunto - il vostro impegno non sia messo in discussione da qualcuno che ha cattivi propositi: la nostra forza è la democrazia".

LA SCUOLA IN PIAZZA CONTRO I TAGLI, SOLO A ROMA 800 MILA

LA SCUOLA IN PIAZZA CONTRO I TAGLI, SOLO A ROMA 800 MILA


In una giornata che si è aperta con un tempo piovoso, è partito da piazza della Repubblica il corteo organizzato dai sindacati confederali in occasione dello sciopero della scuola. «Uniti per la scuola di tutti», questo è scritto sullo striscione che apre la manifestazionei manifestanti che sfileranno per le vie di Roma per contestare le politiche del Governo in materia di istruzione, in concomitanza con lo sciopero generale della scuola proclamato dai sindacati di categoria (Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Gilda e Snals). «Ci sono ancora pullman bloccati all'ingresso della capitale, tanta gente non è riuscita neanche ad arrivare. Secondo le nostre stime siamo, sono presenti, per adesso, 800mila manifestanti». Sono le cifre che gli organizzatori del corteo, giunti sul palco allestito a piazza del Popolo forniscono in merito alla partecipazione al grande corteo a Roma. Piazza della Repubblica è ancora strapiena. In testa al corte c'erano i gonfaloni dei piccoli comuni in cui saranno chiuse le scuole elementari. Sfilano insegnanti, studenti e genitori. Tantissimi i bambini che sfilano, un gruppo di bambine solleva lo striscione: "Gelmini ti combatteremo con cuore di bambine". Ecco il contenuto di alcuni striscioni: "Con i fantocci non si governa : referendum". "Le tre "i" : invecchiamento, impoverimento, ignoranza". "Ad un governo di arroganti servono sudditi ignoranti". "Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini". Si contesta il decreto Gelmini, approvato in via definitiva al Senato, che ripristina il maestro unico alle elementari, con il rischio di mettere in discussione la «tenuta» del tempo pieno, ma non solo. Nel mirino ci sono i tagli dei posti di lavoro e degli orari di lezione, il dimensionamento della rete scolastica (con l'accorpamento di istituti con pochi alunni), la mancanza di investimenti nel settore. «Le scuole del I/o municipio dicono no». A mostrare lo striscione di protesta sono i bambini di alcune scuole elementari e medie di Roma che oggi stanno partecipando con le loro maestre al corteo contro il dl Gelmini. Indossano magliette bianche con scritto «Il paese reale è qui». Durante una pausa della manifestazione ormai giunta nei pressi di piazza del Popolo le insegnanti hanno improvvisato un girotondo cantando: «Giro giro tondo casca il mondo casca la Gelmini e salviamo i bambini». A precedere e in coda a questa piccola parte del corteo si intonano slogan che invocano alla scuola pubblica e che spiegano che «Il futuro dei bambini non fa rima con Gelmini». Qualcuno canta persino l'inno di Mameli reggendo uno striscione con su scritto «Per Bertruffoni, se l'istruzione vi sembra un costo provare l'ignoranza». Un scuola di Viterbo espone un cartello che rimanda con la memoria alle polemiche politiche che hanno caratterizzato altri cortei: «Contro la scuola dei potenti 10, 100, 1000 manifestazioni». Il corteo si snoda per le vie del centro e arriverà a piazza del Popolo, dove sono previsti i comizi finali. Un corteo di studenti universitari, organizzato dai Colletivi de La Sapienza, è partito da piazzale Aldo Moro per unirsi alla manifestazione organizzata dai sindacati confederali in occasione dello sciopero generale della scuola. Il corteo degli universitari è composto da circa un migliaio di persone ed in questo momento sta per arrivare alla Stazione Termini.

SCUOLA, VELTRONI SORPRENDE TUTTI E LANCIA IL REFERENDUM

SCUOLA, VELTRONI SORPRENDE TUTTI E LANCIA IL REFERENDUM


Dopo la piazza del Circo Massimo, le firme per il referendum contro la riforma-Gelmini: Walter Veltroni torna a puntare su elettori e militanti, annunciando un raccolta di sottoscrizioni a poche ore dal sì del Senato. Una mossa abbastanza a sorpresa, anche se già al coordinamento di ieri il segretario democratico aveva accennato all'idea, almeno parlando con alcuni. Di sicuro, una mossa decisa da Veltroni con la sua cerchia più stretta e che molti maggiorenti del partito, da D'Alema a Marini, hanno appreso solo attraverso alcuni componenti del coordinamento, che oggi è durato neanche mezz'ora. Il segretario, spiega Giorgio Tonini, "ha voluto mettere in campo un'iniziativa anche per evitare che gli studenti che protestano, da domani, si sentano privi di qualsiasi interlocutore. Già gli scontri di oggi dimostrano che è bene incanalare il confronto su binari istituzionali, piuttosto che chiudere ogni porta a chi dissente". Insomma, di fronte ad un governo che procede a colpi di decreto e di fiducia il Pd, secondo questa lettura, vuole farsi carico di evitare l'isolamento degli studenti anche per prevenire le degenerazioni della protesta. Ma oltre a questa motivazione, altre fonti parlamentari del partito spiegano che Veltroni ha questa volta voluto giocare d'anticipo, su due fronti, interno ed esterno. Sul fronte esterno, spiegano, il segretario democratico avrebbe prevenuto una possibile iniziativa dipietrista contro la riforma della scuola: dopo aver recuperato sabato scorso un rapporto con la 'piazza', Veltroni non ha voluto lasciare ad altri la bandiera della lotta alla riforma Gelmini. Ma è anche in chiave interna che la mossa può essere letta. Ancora questo pomeriggio Veltroni ha polemizzato con chi "nelle settimane che hanno preceduto il 25 ottobre" aveva criticato l'idea della manifestazione. "Provate a vedere se c'è un giornalista che dica 'ho sbagliato'", ha detto il segretario. Un richiamo alla stampa, che però va letto forse in modo un po' più ampio, se si considera la premessa da cui il ragionamento era partito: "Mi chiedono cosa farà il Pd con l'Udc, con Idv... Non è questo il problema. C'è una profonda differenza tra il mondo virtuale della politica e il mondo reale". Il segretario, insomma, sembra deciso a ripetere con sempre più frequenza lo schema del ricorso a quello che, banalizzando, si può chiamare il 'popolo delle primarie', iniziative che coinvolgono direttamente militanti e cittadini e che scavalcano, appunto, il "mondo virtuale della politica". Di sicuro, D'Alema è apparso poco entusiasta dell'iniziativa, anche se ha evitato distinguo troppo espliciti. Ai cronisti che gli chiedevano un commento si è limitato a rispondere: "Mi pare sia stato stato annunciato che raccoglieremo le firme. Bene, le raccoglieremo". Con i suoi, poco dopo, si è lasciato andare a qualche commento più esplicito: "Il referendum non mi entusiasma, c'è troppo tempo che ci separa dal possibile voto, parliamo del 2010. Ma capisco che in questo momento è uno strumento di mobilitazione inevitabile. Si vedrà strada facendo...". Preoccupano, insomma, i tempi lunghi della sfida lanciata oggi, ma anche lo strumento scelto, il referendum, che può diventare un voto di gradimento a Berlusconi. Ed entusiasta non è sembrano nemmeno Marini, che pure oggi pomeriggio ha speso parecchie parole per celebrare la riuscita della manifestazione del 25 ottobre e i risultati ottenuti dal Pd nel primo anno di vita. "Il referendum? Non posso fare commenti, ho letto dalle agenzie, ma voglio capire bene i dettagli, le motivazioni...". A chi gli chiedeva se Veltroni non lo avesse interpellato sulla questione, Marini ha risposto: "Io non sono nel coordinamento, che c'è di strano? Ne avrà parlato al coordinamento. Domani, quando avrò tutti gli elementi, farò un commento".

E' SCIOPRO GENERALE, LA SCUOLA SI FERMA

E' SCIOPRO GENERALE, LA SCUOLA SI FERMA

Hanno già cominciato ad affluire verso piazza della Repubblica, in una giornata che si è aperta con un tempo piovoso, i manifestanti che sfileranno per le vie di Roma per contestare le politiche del Governo in materia di istruzione, in concomitanza con lo sciopero generale della scuola proclamato dai sindacati di categoria (Flc-Cgil, Cisl scuola, Uil scuola, Gilda e Snals). Centinaia di pullman e diversi treni speciali hanno portato a Roma, da tutta Italia, i lavoratori del settore. Ma in piazza ci saranno anche tante famiglie e studenti, compresi gli universitari che sin dall'inizio hanno solidarizzato con la protesta della scuola. Si contesta il decreto Gelmini, approvato in via definitiva al Senato, che ripristina il maestro unico alle elementari, con il rischio di mettere in discussione la «tenuta» del tempo pieno, ma non solo. Nel mirino ci sono i tagli dei posti di lavoro e degli orari di lezione, il dimensionamento della rete scolastica (con l'accorpamento di istituti con pochi alunni), la mancanza di investimenti nel settore. Il corteo si snoderà per le vie del centro e arriverà a piazza del Popolo, dove sono previsti i comizi finali.

CALABRIA: BIANCHI (PD), 34 COMUNI SENZA SCUOLA

CALABRIA: BIANCHI (PD), 34 COMUNI SENZA SCUOLA


''Non si tratta di una vera e propria riforma della scuola ma di un calcolo di bilancio''. Lo ha detto la senatrice del PD, Dorina Bianchi. ''Il provvedimento di oggi - ha proseguito Bianchi - e' un taglio indiscriminato alla scuola: 8 Miliardi di euro vengono sottratti alla ricerca, formazione ed educazione a discapito di studenti, insegnanti, insegnanti precari, bidelli e famiglie. I numeri parlano chiaro: 90.000 insegnanti e 47.000 bidelli non conoscono il loro futuro''. ''In Calabria i tagli previsti ammontano a 2250 unita' lavorative fino al 2012 - ha continuato - e in Senato e' previsto un ulteriore decreto che mette chiaramente in difficolta' il diritto allo studio dei ragazzi che vivono nei piccoli centri''. ''Si tenga presente che in Calabria almeno 34 Comuni resteranno senza scuole in aree che gia' sopportano a stento il rischio di estinzione. Dovremo rinunciare cosi' - ha concluso la senatrice - a ritenere il nostro sistema scolastico uno tra i migliori d'Europa''.

PD: VELTRONI, PARTITO RIFORMISTA DI MASSA ANTITESI DI POLITICA VIRTUALE

PD: VELTRONI, PARTITO RIFORMISTA DI MASSA ANTITESI DI POLITICA VIRTUALE


''La vera politica e' la conquista del consenso tra la gente, attraveso la penetrazione nella loro condizione di vita'', sia essa la condizione sociale sia essa quella culturale''. E' la concezione di base dell'agire e del pensare politicamente da parte di Walter Veltroni, una concezione da cui partire per arrivare al ''grande partito riformista di massa'' che e' l'essenza e l'identita' del Partito Democratico. Lo ha spiegato lo stesso Veltroni intervenendo in serata alla presentazione del libro di Giorgio Merlo ''Pd, l'utopia possibile'' insieme al senatore Franco Marini. Veltroni ha sottolineato l'esistenza di un fattore deformante nella formazione della coscienza politica e sociale a causa di una inveterata abitudine a considerare la ''vera politica'' come quella cosiddetta politicista concentrata in sostanza nei rapporti o nelle contrapposizioni di palazzo. Concezione che lascia fuori dalla porta i problemi della gente e del Paese. Per farlo, Veltroni e' ricorso all'immagine del cittadino che si sveglia alla mattina e che guardandosi allo specchio non si dice che e' di questo o quell'altro partito: si guarda allo specchio e si chiede 'ce la faccio questo mese a pagare l'affitto, a comprare a mio figlio quello che gli serve? A pagare le bollette?' Questo -ha fatto osservare Veltroni- e' quello che pensano gli italiani. Per l'idea politicistica e aristocratica tutto questo e' secondario e' addirittura non lo ammette''. Veltroni ha spiegato di aver cercato di sgomberare il campo da questa concezione deformante: ''ho cercato di togliere quest'idea di politica tutta tatticistica che si occupa solo delle possibili alleanze e degli schieramenti, mettendo in ombra la realta' dei problemi''. Una prassi che realizza una ''contrapposizione tra la realta' virtuale'' largamente dominante sui giornali e nell'informazione in genere a danno della ''realta' vera'' sulla quale pero' si trova ricorrentemente a ''sbattere'' senza pero' che venga mai una autocritica, un'ammissione di errore di valutazione, un ''riconosco che ho sbagliato''. Nella costruzione di una politica che si mette in gioco sulla ''realta' vera'', Veltroni ha detto di pensare alla politica e a partiti di questo tipo: ''Io sogno da ragazzo che si faccia il Partito Democratico. E' il sogno della mia vita. E la cosa bella e' che si sta realizzando quel melting pot, quella indistinguibilita' delle provenienze che non e' la rimozione. Mio sogno e' che fra sei mesi ci siamo dimenticati delle provenienze''. E ricordando che spesso gli viene ripetuta una domanda (''che mi sono stufato di sentire'') su quale sia l'identita' del Pd, quasi ''una richiesta di carta di identita''', Veltroni e' tornato a parlare di ''grande partito riformista di massa'' una realta' che non ha precedenti come soggetto politico unitario nella storia del nostro Paese.

SCUOLA: D'ALEMA, REFERENDUM? VEDREMO, CI BATTEREMO

SCUOLA: D'ALEMA, REFERENDUM? VEDREMO, CI BATTEREMO


"Si tratta di una decisione grave che crea una frattura tra governo, maggioranza e una grandissima parte del mondo studentesco ma anche degli insegnanti e rettori di universita'. E' davvero incomprensibile che non si sia scelto di sospendere e di discutere. E' una manifestazione di arroganza, non utile al paese e che non fa bene nemmeno al governo". Cosi' Massimo D'Alema, conversando con i giornalisti in Transatlantico a Montecitorio, ha commentato il via libera del Senato al dl Gelmini sulla scuola. Il Pd pensa al referendum? "Vediamo - risponde D'Alema - certo noi continuiamo a batterci per modificare quelle norme. La cosa piu' grave e' che si tratta di tagli alle risorse sia della scuola pubblica sia della scuola privata, e le proteste sono arrivate anche da parte del mondo cattolico. Noi ci batteremo con ogni mezzo".

mercoledì 29 ottobre 2008

Promuoveremo un referendum per abrogare il decreto Gelmini sulla scuola.

Promuoveremo un referendum per abrogare il decreto Gelmini sulla scuola.

Questo l’annuncio fatto da Walter Veltroni a nome del PD ai giornalisti a poche ore dall’approvazione della legge al Senato.
Una risposta all’intransigente arroganza del governo.
Una risposta che non sarà solo un’iniziativa del Partito Democratico ma anche e soprattutto “una grande battaglia civile”.
"Non siamo persone aduse a usare questo strumento facilmente, - spiega Veltroni - lo facciamo perché pensiamo che sia in gioco l'idea stessa del futuro del paese, perciò ne abbiamo discusso e abbiamo deciso senza esitazione".

Il segretario del PD ha lanciato l’appello a tutte le “forze della scuola e dell'università', alle famiglie interessate, alle forze politiche" perché partecipino alla raccolta delle firme per il referendum promuovendo comitati in tutte le città italiane".

Il principio che muoverà il referendum non sarà quello di “difendere ciò che c’è”, ma di sollecitare una riforma vera, che non sia solo una serie di tagli senza criterio. Per il Partito Democratico questo è un nodo fondamentale su cui Veltroni ha puntato, come aveva già fatto al Circo Massimo, per indicare una delle basi su cui l’Italia può ricostruire il suo futuro.
Purtroppo, in questo senso, il governo ha chiuso gli occhi e si è tappato le orecchie. Incurante degli studenti e degli insegnanti che ancora adesso sono in strada per dire no ad un decreto che mortifica uno dei settori strategici per la vita del Paese.
"Il governo -ha incalzato Veltroni - ha ignorato un grande movimento civile che deve essere rispettato nella sua autonomia, senza strumentalizzazioni e tentativi di estremizzarlo. Il governo non ha voluto ascoltare nessun appello per il ritiro del decreto Gelmini e l'apertura di un tavolo che riunisse tutti i soggetti interessati. E' stato chiuso al confronto. Nulla è stato discusso con le persone interessate. Il governo si è comportato parlamentarmente e politicamente in modo arrogante ed ha radicalmente sbagliato".

Un errore, l’ennesimo, di cui il governo dovrà assumersi le conseguenze. Sia esterne, rispetto ai cittadini; sia interne, rispetto alla sua stessa maggioranza. Il segretario del PD è infatti convinto che Il malessere che sta crescendo anche tra le fila di Pdl e Lega per i tagli alla scuola convergerà sul referendum abrogativo che il Partito Democratico intende promuovere.

In effetti, di malumori, anche all’interno dei sostenitori della maggioranza, non sono mancati. Per questo anche Dario Franceschini è convinto che "una valanga di firme potrebbe portare il governo a rivedere il provvedimento".

E allora non c’è tempo da perdere: “Partiamo subito con la raccolta delle firme – dice Rosy Bindi -E' giusto affiancare la protesta degli studenti con un'iniziativa politica che renda evidente la profonda distanza che c'e' tra questo governo e i bisogni reali del paese”.

"Il governo -aggiunge- si è oggi assunto una gravissima responsabilità, rifiutando il confronto con il mondo della scuola e ignorando il nostro appello al dialogo, e in un momento di pesanti difficoltà economiche comincia a far pagare i costi della crisi proprio ai bambini e alle famiglie italiane''.

Sulla necessità di mettere in moto immediatamente la macchina referendaria è d’accordo anche Claudio Fava, segretario nazionale di Sd: “si deve partire subito con la costituzione di un comitato referendario e con la raccolta delle firme per promuovere un referendum che spazzi via le vergogne legislative della Gelmini”. Anche Di Pietro promette che ”dal giorno dopo la pubblicazione sulla Gazzetta ufficiale della famigerata legge Gelmini” anche l’Idv raccoglierà le firme “contro questa arrogante legge che umilia milioni di famiglie, studenti e insegnanti che, in questi giorni, hanno cercato inutilmente di far aprire gli occhi e sturare le orecchie -conclude Di Pietro- a questo governo cieco e sordo".
D’altronde, sostiene il segretario del Prc, Paolo Ferrero, Il referendum per abrogare la legge Gelmini sulla scuola è "un buon modo per sturare le orecchie del governo, sordo alle richieste degli studenti, degli insegnanti e dei genitori, in modo da togliere di torno questa legge vergogna".

Anche per Nichi Vendola, presidente della Regione Puglia, “è indispensabile e sacrosanto replicare con la raccolta delle firme”. Questa è la risposta - spiega in una nota - ''all'arroganza” di chi ha voluto umiliare le giovani generazioni e ferire “i diritti di studenti, insegnati e ricercatori''. Sulla stessa linea anche i Verdi, che domani saranno presenti alla manifestazione indetta dai sindacati, e Oliviero Diliberto, che ha annunciato che contro “una pagina nera della nostra democrazia” i Comunisti Italiani “già da oggi inizieranno a lavorare” per il referendum invocato dall’opposizione.

Ma l’impegno del Partito Democratico non si ferma al referendum. “A fine novembre – ha annunciato Veltroni in chiusura della conferenza stampa - convocheremo gli stati generali della scuola. Il tema della scuola e dell'università' deve essere messo di nuovo al centro dell'agenda politica. “Noi – conclude Veltroni - siamo per una vera riforma che punti alla qualità e diciamo no al taglio imposto dal ministro Gelmini e da questa maggioranza".

SCUOLA, DECRETO GELMINI E' LEGGE. PD E IDV: REFERENDUM

SCUOLA, DECRETO GELMINI E' LEGGE. PD E IDV: REFERENDUM


Mentre, come previsto, oggi il Senato ha approvato definitivamente il contestato decreto Gelmini sulla scuola, le proteste degli studenti non si fermano, con medi e universitari pensano ad organizzare una manifestazione al Quirinale, per chiedere al Capo dello Stato di non firmare la legge, e il Pd e il partito di Di Pietro annunciano un referendum abrogativo. La ministro Maria Stella Gelmini ha invece commentato, con uno scarno comunicato, che "La scuola cambia. Si torna alla scuola della serietà". Il sit in degli studenti "in difesa della scuola pubblica" a piazza Navona è esploso in un boato dopo che stamattina l'aula di Palazzo Madama ha detto sì con 162 voti favorevoli, 134 contrari e tre astenuti, alla conversione del decreto in legge. Proteste si sono svolte anche in altre città: a Milano ci sono stati momenti di tensione tra studenti e polizia ma senza serie conseguenze, a Firenze due cortei spontanei hanno bloccato la circolazione delle auto nel centro, e cortei si sono svolti a Napoli. Nella Capitale, a pochi passi dal Senato, alcune migliaia di ragazzi, tra la curiosità dei turisti che di solito affollano piazza Navona, hanno ritmato "buffoni, buffoni" e il classico slogan di tutte le stagioni di protesta, "Se non cambierà, lotta dura sarà". Dopo il voto, una delegazione di senatori del Pd e dell'Italia dei Valori è scesa per incontrare gli studenti in piazza, sotto l'occhio delle tv ma anche di decine di agenti di polizia in tenuta antisommossa. Dopo che alla Camera il governo ha imposto la fiducia sul provvedimento, al Senato la maggioranza ha bocciato compattamente tutti gli emendamenti dell'opposizione - Pd, Idv e Udc - respingendo l'invito lanciato ieri in "zona Cesarini" dal segretario del Pd Walter Veltroni a ritirare il decreto. E proprio Veltroni, oggi, ha annunciato l'iniziativa referendaria, dopo che l'Idv aveva già suscitato questa mattina l'entusiasmo dei ragazzi di piazza Navona con la proposta di continuare la lotta anti-Gelmini col referendum. "Abbiamo deciso di promuove un referendum abrogativo della parte più estesa possibile del decreto Gelmini", ha detto Veltroni in una conferenza stampa. "Stiamo studiando il quesito, che verrà presentato nei prossimi giorni". "I militanti dell'Italia dei Valori sono già per strada con i banchetti per raccogliere le firme per il referendum contro l'ignobile Lodo Alfano - ha detto Di Pietro in un comunicato - Lo stesso faranno dal giorno dopo la pubblicazione sulla gazzetta ufficiale della famigerata legge Gelmini, proseguendo la raccolta per promuovere un altro referendum: contro questa arrogante legge che umilia milioni di famiglie, studenti e insegnanti...". FORSE PROTESTA AL QUIRINALE. DOMANI SCIOPERO NAZIONALE Ma gli studenti anti-Gelmini sembrano determinati a giocare un'altra carta, prima dell'eventuale ricorso al referendum, con l'appello diretto al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Sciolto il sit in, parte dei manifestanti di piazza Navona si è messa in marcia, in un corteo improvvisato, verso l'ateneo della "Sapienza", dove si terrà un'assemblea per decidere come proseguire la protesta, dopo il voto di Palazzo Madama, e mentre la ministro Gelmini annuncia che entro una settimana presenterà anche il suo piano sull'Università. E in molti, dicono gli stessi studenti vorrebbero organizzare nei prossimi giorni una manifestazione al Quirinale, per sollecitare l'intervento del capo dello Stato, che nei giorni scorsi aveva chiesto il dialogo sulla riforma. Domani, intanto, a scendere in piazza a Roma saranno i sindacati, con una manifestazione unitaria contro il decreto - ormai divenuto legge - Gelmini. Nelle intenzioni degli organizzatori lo sciopero del 30 ottobre sarebbe dovuto avvenire prima del voto finale del Senato, ma l'opposizione - che oggi, Udc compresa, ha votato compatta contro il decreto - ha accusato la maggioranza di aver stretto il calendario dei lavori in aula proprio per battere sul tempo i sindacati. SCONTRI IN PIAZZA TRA GIOVANI DI DESTRA E DI SINISTRA Intanto, stamattina, dopo il voto del Senato, studenti e giovani appartenenti a un gruppo di estrema destra e loro coetanei militanti di centri sociali si sono scontrati in piazza Navona, e la polizia, intervenuta per sedare le violenze, ha fermato 11 persone. I due gruppi - aderenti del Blocco Studentesco e militanti di due centri sociali romani dell'area "antagonista", dicono testimoni - si sono affrontati con fumogeni e bastoni, danneggiando anche i tavolini di un bar. Alcuni testimoni dicono che gli scontri sono iniziati quando i giovani del Blocco Studentesco hanno tentato di aprirsi uno spazio all'interno della manifestazione, e alcune foto li ritraggono mentre impugnano bastoni con entrambe le mani. La polizia, intervenuta per sedare le violenze, ha reso noto di aver fermato 11 giovani, tutti militanti di estrema destra, la cui posizione viene ora vagliata presso il commissariato Trevi. Negli scontri, ha detto un funzionario della Questura, sono rimasti feriti, ma in modo lieve, un ispettore e due agenti. Poche decine di minuti prima, un altro scontro analogo nella vicina piazza delle Cinque Lune, aveva provocato il ferimento, seppure lieve, di due giovani. La Rete degli Studenti, il "sindacato" di medi e universitari vicino al centrosinistra, ha condannato "chi ha cercato di trasformare la piazza in un teatro di guerra". "Le forze dell'ordine sono intervenute su richiesta dei manifestanti che volevano proseguire pacificamente quando la situazione, già tesa dalla mattinata, stava precipitando", dice un comunicato. CHE DICE LA RIFORMA GELMINI Il contestato provvedimento che prende il nome dalla ministro accorpa misure di vario tipo. Per esempio punta a contenere il costo dei libri di testo scolastici, stabilendo che essi dovranno durare almeno cinque anni, e insieme reintroduce la vecchia figura del "maestro unico" o "prevalente", affiancato da quelli di religione e di inglese. Sono già tornati, intanto, i voti espressi in numero, coi decimi, e col 5 in condotta si rischia la bocciatura. Si studierà l'educazione civica. Ma viene bloccato anche il turn over degli insegnanti che vanno in pensione, con la scomparsa di 87mila posti in tre anni. La legge non parla in modo specifico del tempo pieno, ma dato che l'orario del "maestro unico" sarà di 24 ore settimanali, in molti - soprattutto le famiglie dove entrambi i genitori lavorano - temono che questo significherà una riduzione degli orari di presenza a scuola, o un aumento delle attività a pagamento. Il premier Berlusconi ha però assicurato che con le nuove norme sarà invece possibile estendere il tempo pieno, utilizzando meglio gli insegnanti. Il provvedimento destina anche 20 milioni di euro all'edilizia scolastica, ma riduce complessivamente la spesa per la scuola elementare di 7,8 miliardi di euro, pur promettendo di impiegare il 30% di questa somma per premiare i docenti più meritevoli. Da giorni, intanto, protesta anche il mondo dell'università, contro i tagli previsti per gli atenei in buona parte dalla legge 133, la manovra finanziaria triennale dello scorso agosto, chiedendo in particolare il ritiro degli articoli 16 e 66 sulla possibilità per le università di trasformarsi in fondazioni, sui tagli al fondo per il finanziamento ordinario delle università e sul blocco del turnover del personale.

SONDAGGIO CONSORTIUM, FIUDICA IN VELTRONI SALITA DI DUE PUNTI DOPO MANIFESTAZIONE

SONDAGGIO CONSORTIUM, FIUDICA IN VELTRONI SALITA DI DUE PUNTI DOPO MANIFESTAZIONE


La manifestazione del Partito Democratico a Roma non ha mutato il gradimento nel Centrodestra, mentre ha fatto salire di due punti il consenso di Walter Veltroni, ora al 34%. Tra i partiti, il Popolo della Libertà resta forte al 42%. Partito Democratico vicino al dato delle Politiche: 32,5%. Tracollo di Rifondazione Comunista (1/1,5%) e di tutta la sinistra radicale. In esclusiva per Affaritaliani.it il sondaggio realizzato da Consortium lunedì 27 ottobre. "Il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, rispetto a una settimana fa è rimasto stabile attorno all'area del 50% come livello di fiducia negli italiani. Stessa percentuale per il governo nel suo complesso. Grazie alla manifestazione del Partito Democratico di sabato scorso, Walter Veltroni ha guadagnato due punti nel gradimento ed è salito dal 32 al 34%", spiega ad Affaritaliani.it Nicola Piepoli, presidente di Consortium. La fiducia nei ministri. "Escluso il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio Gianni Letta, che resta sempre il più amato, il primo dei ministri è Franco Frattini (Esteri), seguito da Renato Brunetta (Pubblica Amministrazione). In terza posizione c'è Stefania Prestigiacomo (Ambiente), quarta Mariastella Gelmini (Istruzione) e poi Roberto Maroni (Interno). Subito dopo la top five, c'è un gruppo di circa otto ministri al sesto posto, che hanno tutti un punto in meno del responsabile del Viminale". Per quanto riguarda i partiti, "il Popolo della Libertà è stabile al 41,5%, la Lega è ferma al 9 e l'Mpa all'1. Il Partito Democratico è attualmente al 32,5%, quasi al livello delle Politiche del 13-14 aprile. L'Italia dei Valori è di poco sopra il 5%, mentre l'Udc è in buona salute stabile attorno al 5%. Il resto sono solo piccoli frammenti. Rifondazione Comunista vale tra l'1 e l'1,5%. I Comunisti Italiani e i Verdi lo 0,5% ciascuno. Infine La Destra di Storace all'1%". Il sondaggio Consortium è stato realizzato lunedì 27 ottobre: campione di 2.000 casi. Campione rappresentativo della popolazione italiana maggiorenne in base ai parametri ISTAT di sesso, età e macro-area di residenza; metodologia C.A.T.I.

BERLUSCONI: "SOLDI ALLA SCUOLA PRIVATA" ED INTANTO AL GELIMINI VA ALLA LUISS

BERLUSCONI: "SOLDI ALLA SCUOLA PRIVATA" ED INTANTO AL GELIMINI VA ALLA LUISS


«Vorrei e sono deciso a mantenere la finanziaria così com'è, ma ciò non vieta che ci siano dei margini» per alcune modifiche «per esempio nella distribuzione delle risorse dei vari ministeri ho colto delle cose nella scuola privata che vanno corrette». Il premier Silvio Berlusconi durante un incontro a Confcommercio, presenta così il suo progetto di istruzione: scuola sempre più a pagamento, meno soldi alla pubblica. Ma l'idea di scuola di Berlusconi è condivisa da tutto il governo di destra. E lo dimostra il fatto che mentre giovedì tutta Italia scenderà in piazza contro il decreto Gelmini e i tagli alla scuola pubblica, il ministra se ne andrà in visita a un'università privata, forse a riferire che Berlusconi per loro i soldi li aumenterà. «È sconcertante il disinteresse di questo governo verso la protesta della scuola pubblica - dice Marina Sereni, vicepresidente dei deputati Pd -: dalle elementari, all'università. Non conosciamo l'agenda della Gelmini, ma le suggeriamo di utilizzare la mattinata di domani per aprire un confronto con gli studenti, i genitori, gli insegnanti, i ricercatori e i sindacati che scendono in piazza contro una politica di tagli e impoverimento della scuola di tutti».

CALABRIA, IN MIGLIAIA CONTRO LA RIGORMA GELMINI

CALABRIA, IN MIGLIAIA CONTRO LA RIGORMA GELMINI


Un'aula di ogni facoltà è stata occupata questa sera simbolicamente dagli studenti dell'Università della Calabria al termine dell'assemblea generale convocata contro la riforma Gelmimi cui hanno partecipato oltre tremila studenti. Il rettore dell'Unical, Giovanni Latorre, presente all'iniziativa, ha evidenziato il momento particolare delle università con i tagli "cominciati con la finanziaria". Latorre ha poi sostenuto che il federalismo fiscale "é penalizzante per le regioni del sud su materie come sanità ed istruzione" e che con questi provvedimenti "si arriverà ad una regionalizzazione dei concorsi". Al termine dell'assemblea, svoltasi nella piazza antistante l’aula magna, studenti e docenti hanno dato vita ad un corteo per le strade dell'Ateneo a conclusione del quale, simbolicamente, sono state occupate un'aula per ogni facoltà per proseguire i dibattiti. Giornata di assemblee, oggi, per le università calabresi. A Cosenza è in programma l'assemblea generale dell'Unical per discutere delle iniziative di protesta contro la riforma Gelmini. Tre associazioni studentesche, Aurora per Unical, Arci Atlante Unical e Giosef Unical, si presenteranno alla discussione con un documento unitario in cui si chiede "un passo indietro sul maestro unico, sugli Atenei trasformati in Fondazioni, il blocco sul turn over e la mannaia sul fondo universitario". A Catanzaro, in tarda mattinata, è in programma un'assemblea degli studenti dell'Università Magna Grecia che hanno annunciato la loro iniziativa con un volantino con lo slogan "ci tolgono l'università". Per domani è in programma un'altra assemblea col personale docente ed amministrativo. Il consiglio degli studenti dell'Università Mediterranea di Reggio Calabria, infine, ha annunciato per i prossimi giorni incontri informativi e dibattiti in tutte le facoltà. Per oggi é previsto il primo incontro alla facoltà di architettura.

SCUOLA: AL SENATO LA PROTESTA ANTI-GELMINI: VELTRONI: RITIRATE IL DECRETO

SCUOLA: AL SENATO LA PROTESTA ANTI-GELMINI: VELTRONI: RITIRATE IL DECRETO

"E' veramente sconcertante l'arroganza e la prepotenza del Governo. Ed è la prima volta in Italia che a poche ore di uno sciopero generale il Governo vada avanti e approvi materie che sono oggetto dello stesso sciopero. A questo punto, il presidente del Senato, Schifani, affacciandosi dalla finestra del suo studio, guardando il grande numero di studenti che da ore contestano davanti al Senato; immaginado le centinaia di migliaia di studenti, docenti e famiglie che sfileranno per le strade di Roma giovedi prossimo, potrebbe compiere un "bel gesto": potrebbe sospendere e rinviare la seduta in corso a Palazzo Madama che dovrebbe approvare in via definitiva il Decreto Gelmini. Il Governo è sordo e irresponsabile. Ha tentato prima di minimizzare le proteste, oggi ne potrebbe venire travolto. Il Decreto Gelmini va ritirato: lo chiede la maggioranza degli italiani nei sondaggi di queste ore; lo chiedono docenti e non docenti, lo chiedono le decine di migliaia di ragazzi che protestano nelle scuole e nelle universita di tutta Italia".LE ALTRE CITTA' - Ma le proteste proseguono anche in numerose città italiane. A Milano sono sempre più numerosi i licei e gli istituti superiori occupati o autogestiti. A Torino nel pomeriggio tre cortei di protesta, mentre una quarantina di studenti del Fuan, organizzazione della destra, hanno organizzato un sit in nel cortile del rettorato dell'Università degli Studi, a favore della riforma del governo. «Nichi sei uno di noi» gridano gli studenti a Bari rivolgendosi al presidente della Regione Puglia, Nichi Vendola, che sfila con loro per le vie della città. A Viareggio un gruppo di studenti, partito in corteo dalla centrale Piazza Mazzini, ha occupato per alcuni minuti i binari della stazione ferroviaria. La manifestazione non ha causato alcun problema al transito dei treni. Manifestazioni anche a Bologna, a Cagliari, a Trento e a Pescara. PD: «IL GOVERNO RITIRI IL DECRETO» - Non solo studenti in piazza. Anche il leader dell'opposizione Walter Veltroni torna in queste ore a chiedere al governo di ritirare il decreto Gelmini. «Sarebbe un atto di arroganza andare avanti» dice il segretario dei democratici, nel corso di una conferenza stampa alla Camera dopo la riunione del governo ombra e del coordinamento del Pd. «È indice di intelligenza - aggiunge Veltroni - fermarsi quando un provvedimento crea tanto conflitto sociale». Il leader Pd presenta poi la ricetta in dieci punti del suo partito: misure che vanno dalla revisione dei meccanismi dei concorsi all'istituzione dell'Anvur, l'Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario, fino a una riforma della governance e alla valutazione periodica dei docenti.

SCUOLA, LARATTA (PD): GOVERNO PREPOTENTE ED ARROGANTE

SCUOLA, LARATTA (PD): GOVERNO PREPOTENTE ED ARROGANTE

"E' veramente sconcertante l'arroganza e la prepotenza del Governo. Ed è la prima volta in Italia che a poche ore di uno sciopero generale il Governo vada avanti e approvi materie che sono oggetto dello stesso sciopero. A questo punto, il presidente del Senato, Schifani, affacciandosi dalla finestra del suo studio, guardando il grande numero di studenti che da ore contestano davanti al Senato; immaginado le centinaia di migliaia di studenti, docenti e famiglie che sfileranno per le strade di Roma giovedi prossimo, potrebbe compiere un "bel gesto": potrebbe sospendere e rinviare la seduta in corso a Palazzo Madama che dovrebbe approvare in via definitiva il Decreto Gelmini. Il Governo è sordo e irresponsabile. Ha tentato prima di minimizzare le proteste, oggi ne potrebbe venire travolto. Il Decreto Gelmini va ritirato: lo chiede la maggioranza degli italiani nei sondaggi di queste ore; lo chiedono docenti e non docenti, lo chiedono le decine di migliaia di ragazzi che protestano nelle scuole e nelle universita di tutta Italia"

IL FUTURO DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA, 10 PROPOSTE DEL GOVERNO OMBRA DEL PD

IL FUTURO DELL’UNIVERSITA’ ITALIANA, 10 PROPOSTE DEL GOVERNO OMBRA DEL PD


Premessa: La situazione universitaria italiana si è fatta incandescente. I pesantissimi tagli finanziari, il blocco quasi totale del turn over, la spinta verso la trasformazione delle università pubbliche in fondazioni di diritto privato alimentano forti proteste. In effetti questi primi provvedimenti governativi sono profondamente deleteri. I tagli finanziari impediranno dal 2010 il pagamento degli stipendi ai dipendenti. Il blocco del turn over significa chiudere la porta in faccia a migliaia di giovani, i più preparati, che vorrebbero dedicarsi alla ricerca e alla didattica nelle università e che spesso hanno già trascorso un lungo periodo di esperienza nella ricerca di punta. La privatizzazione delle università presenta pericoli sociali e culturali senza garanzie di vero miglioramento e porterebbe l’Italia fuori dalla tradizione europea e dagli impegni sottoscritti a livello internazionale che definiscono la formazione e la ricerca universitarie beni pubblici e pubbliche responsabilità. Il Partito Democratico si è opposto a questi provvedimenti e continuerà la sua opposizione in Parlamento e nel Paese cercando di ottenerne sostanziali modifiche. Ma non intende sottrarsi alla responsabilità politica di preparare e sostenere le proprie proposte alternative per costruire l’università del nuovo secolo, curandone i mali attuali entro una visione strategica e coerente. Introduzione. In questo autunno 2008 ci si potrebbe chiedere se l’università italiana abbia ancora un futuro. Infatti una grave crisi finanziaria strutturale attanaglia da anni il sistema universitario, come testimoniano i confronti statistici internazionali più accreditati. Tra i Paesi europei dell’OCSE l’Italia è ultima per investimenti nell’università, sia rispetto al PIL che rispetto alla spesa pubblica nazionale. E’ ultima anche per percentuale di laureati nella classe d’età 25-64, nonché per investimenti per ricerca rispetto al PIL. Il sistema universitario attraversa inoltre una profonda crisi di credibilità. Sotto attacco da parte dei mezzi di comunicazione a causa delle tante disfunzioni e soprattutto degli scandali concorsuali, ha perso il consenso di una parte notevole dell’opinione pubblica. Ciò rende più difficile la ripresa degli investimenti pubblici e privati nelle università. D’altra parte è impensabile che un Paese che fa parte pienamente dell’economia della conoscenza e vuole continuare a farne parte rinunci alla sua università. Della società della conoscenza l’università rappresenta infatti lo snodo cruciale in quanto vi si incontrano l’alta formazione dei giovani e l’innovazione guidata dalla ricerca, cioè i due fattori primari – produzione e diffusione – della conoscenza. La terapia proposta dal governo è chiara: ridurre ulteriormente e drasticamente sia i finanziamenti statali che il personale e spingere gli atenei ad una auto-privatizzazione mediante la trasformazione in fondazioni. L’illusione è che il cavallo affamato (e privatizzato) ricominci a galoppare. Il Partito Democratico non condivide affatto la terapia governativa, anzi teme che essa possa aggravare la malattia trasformando il futuro dell’università nella cronaca di una morte annunciata. Vuole invece proporre una terapia alternativa fatta di proposte concrete, cercando il consenso di tutti coloro che tengono all’università e non vogliono che essa muoia, anzi pensano che oggi l’Italia abbia più e non meno bisogno di università, di formazione superiore, di ricerca e di innovazione in tutti i campi. Le nostre proposte sono volte al futuro, immediato e soprattutto di lungo termine. Servono provvedimenti organici e coraggiosamente innovativi, avendo ben chiara in mente l’università di cui l’Italia avrà bisogno tra dieci o venti anni, quella, per intendersi, i cui professori di riferimento saranno gli attuali giovani ricercatori, di ruolo o precari che siano. Non si parte da zero, naturalmente. Molto lavoro fu fatto negli anni 2002-2006, in particolare nella preparazione del programma elettorale per le politiche del 2006, raccogliendo un notevole consenso in seno al mondo universitario. Da quelle idee, speranze, promesse conviene ripartire con fiducia e audacia, facendo tesoro dell’esperienza insoddisfacente dei venti mesi di governo tra il 2006 e il 2008. La politica dei tagli, dei segni meno, deve essere rimpiazzata da quella dei segni più. All’università italiana servono più autonomia responsabile in un quadro di regole semplici e chiare, più valutazione e riconoscimento del merito degli studenti, dei docenti e delle istituzioni, più spazio ai giovani e alla ricerca libera, più internazionalizzazione della ricerca, dei docenti, degli studenti e dei modi di funzionamento, più attenzione all’equità sociale e infine, come conseguenza e non come condizione, più investimenti pubblici e privati. Solo così gli atenei italiani potranno competere ad armi pari nella società globalizzata della conoscenza, attraendo ricerche e studenti da tutto il mondo e non solo esportando i nostri migliori talenti. Solo così le università potranno veramente costituire i centri della conoscenza e i motori dell’innovazione dei loro territori. Solo così il Paese potrà tornare ad esprimere fiducia nella sua università. Dieci proposte. Proposta n. 1: Concorsi più rapidi, più meritocratici, più internazionali, con meno nepotismi, localismi e lobbismi disciplinari. Occorre innanzitutto distinguere tra concorsi per reclutare e concorsi per promuovere. Per reclutare in un’università un nuovo docente (di prima, seconda o terza fascia) la scelta è fatta da una commissione nominata dagli organi di governo dell’ateneo che valuta i curricula dei candidati tenendo conto dei giudizi valutativi espressi in modo indipendente da esperti italiani e stranieri, nonché di un eventuale seminario pubblico tenuto dal candidato sulle proprie ricerche. Deve essere esclusa ogni forma di idoneità. Le regole concorsuali devono facilitare la partecipazione ai candidati, da dovunque provengano. Per promuovere un docente da una fascia a quella immediatamente superiore la valutazione è effettuata dall’università di appartenenza previo conseguimento da parte dei candidati di un’abilitazione alla docenza nella fascia superiore rilasciata da una commissione nazionale. La commissione nazionale siede in permanenza per un triennio e rilascia l’abilitazione sulla base del curriculum dell’interessato e di criteri qualitativi e quantitativi approvati preventivamente e validi per l’intero triennio. In ambedue i casi sono valutabili esclusivamente i lavori scientifici pubblicati dai candidati nell’ultimo quinquennio. Occorre ridurre fortemente, adeguandolo agli standard europei, lo schema dei settori scientifico-disciplinari ai fini concorsuali che è diventato una gabbia culturale e l’occasione di lobbismi accademici microsettoriali. Per incentivare la mobilità dei docenti tra gli atenei, ogni università dovrebbe poter promuovere i suoi professori solo in una proporzione prefissata dei reclutamenti esterni effettuati. Proposta n. 2: Valutare le università per rimanere in Europa. Attivare al più presto l’Agenzia Nazionale di Valutazione del sistema universitario e della ricerca (ANVUR). La nomina del suo organo direttivo deve essere affidata a comitati di selezione internazionali, formati da esperti dei sistemi universitari, in modo da svincolare l’Agenzia dalle alterne vicende politiche. L’attivazione di un’Agenzia nazionale e indipendente permetterà di inserire a pieno titolo l’Italia nella rete europea già costituita delle agenzie nazionali di valutazione. Proposta n. 3: Finanziare le università in base al merito. Tutti i finanziamenti statali alle università (fondo ordinario, edilizia, dottorato, internaziona-lizzazione, piani di sviluppo, etc.) dovrebbero essere unificati in un solo capitolo di spesa da ripartire in tre quote. La prima è il finanziamento ordinario calcolato per ogni ateneo sulla base dei costi standard per la didattica (per studente) e per la ricerca (per docente), con parametri prefissati e relativamente stabili nel tempo. • La seconda, assegnata su base annuale o biennale, costituisce la parte premiale della qualità dei risultati ottenuti dalle università e certificati dall’Agenzia nazionale di valutazione. • La terza è assegnata come cofinanziamento statale pluriennale a specifici obiettivi di sviluppo (nuove infrastrutture, nuove linee di ricerca, miglioramento della qualità, riequilibrio tra territori, etc.) concordati tra ateneo, Ministero e Regione. • A puro titolo indicativo, la prima quota (finanziamento ordinario) potrebbe essere il 70% del totale, la seconda (incentivi alla qualità) il 20%, la terza (cofinanziamento allo sviluppo) il 10%. Proposta n. 4: Finanziare la ricerca con procedure trasparenti e internazionali. Imitando gli esempi presenti in molti altri Paesi, è opportuno costituire un’Agenzia nazionale indipendente per il finanziamento della ricerca pubblica, cui affidare l’assegnazione di tutti i finanziamenti statali destinati ai progetti di ricerca delle università e degli enti pubblici di ricerca, in particolare quelli liberamente proposti in tutti i campi da gruppi di ricercatori. La nuova agenzia opererebbe valutazioni ex ante, mentre l’ANVUR valuta ex post. L’assegnazione ai progetti di ricerca più meritevoli è fatta sulla base di bandi pubblici, di metodologie internazionali di valutazione e di procedure valutative trasparenti, svolte anche in collaborazione con organismi sovranazionali specializzati (ad esempio l’European Research Council). Proposta n. 5: Governance universitaria più responsabile, efficace ed efficiente. Il modello di governo di ciascuna università deve essere lasciato il più possibile alle scelte statutarie autonome dell’ateneo, salvo poche regole di legge comuni per tutte le università come le seguenti. • Le università devono essere governate dal rettore, dal consiglio di amministrazione e dal senato accademico, con una forte distinzione delle funzioni. • Il rettore ha tutti i poteri di ordinaria e straordinaria amministrazione. • Il consiglio di amministrazione, presieduto dal rettore, delibera tutte le scelte gestionali dell’università. • Il senato accademico svolge tutte le funzioni di indirizzo culturale, di garanzia e di controllo, delibera lo statuto e tutti i regolamenti. • Il rettore è elettivo. • Il consiglio di amministrazione è formato su proposta del rettore (senza meccanismi elettivi dei suoi componenti) approvata dal senato accademico. • Il senato accademico è interamente elettivo. Per quanto riguarda la strutturazione interna di un’università (facoltà, dipartimenti, corsi di studio, etc.), questa è interamente lasciata alle scelte statutarie autonome dell’ateneo, eliminando anche i riferimenti di legge ad organi interni. La legge si limita a fissare principi di buona organizzazione cui gli statuti devono ispirarsi. Un principio potrebbe essere quello che lo statuto fissi un unico livello di articolazione interna di un’università, che si chiami facoltà o dipartimento o in altro modo, eventualmente con soluzioni diverse per ambiti disciplinari diversi. A questo livello è garantita ad ogni docente la partecipazione al processo decisionale sia per la didattica che per la ricerca, ridando quindi unitarietà ai due compiti accademici fondamentali. Alle singole iniziative, come ad esempio i corsi di studio, lo statuto garantisce poi la massima flessibilità organizzativa in base alla volontà dei docenti interessati e al principio di sussidiarietà verticale, secondo il quale ogni decisione deve essere assunta allo stesso livello organizzativo in cui la decisione medesima opererà, riducendo al massimo le piramidi procedimentali di pareri consultivi a cascata. Proposta n. 6: Valutare periodicamente i risultati del lavoro ed incentivare i migliori. Il corpo docente delle università è articolato in tre fasce, differenziate per qualità ed esperienza crescenti nella ricerca e nella didattica. In ciascuna università i professori in servizio in una fascia dovrebbero essere in numero maggiore di quelli in servizio nella fascia immediatamente superiore. Fissato in una legge il principio irrinunciabile della libertà didattica e di ricerca di ciascun docente universitario, i regolamenti di ateneo stabiliscono i compiti didattici minimi, anche differenziandone le tipologie a seconda delle discipline. Gli organi collegiali delle strutture universitarie attribuiscono i compiti didattici e gestionali a ciascun docente, anche su base pluriennale, garantendo un’equilibrata ripartizione dei carichi di lavoro e dell’impegno nel lavoro di ricerca. Dovranno essere possibili due tipologie di rapporto di lavoro: full time o part time, senza distinzione di stato giuridico. Nel primo caso i docenti si impegnano a svolgere tutta la loro attività lavorativa, compresa l’eventuale attività professionale, all’interno dell’ateneo. Nel secondo caso contrattano con l’ateneo la quota di presenza nelle strutture universitarie e sono retribuiti in modo proporzionale a questa. In ambedue i casi i regolamenti prevedono una presenza oraria minima (senza orario di lavoro) con adeguati meccanismi di controllo. Il rapporto di lavoro in ciascuna fascia inizierebbe a tempo determinato e sarebbe trasformato a tempo indeterminato solo a seguito di una valutazione della qualità e quantità del lavoro svolto dall’interessato. Il lavoro scientifico e didattico di ciascun professore sarebbe comunque valutato periodicamente lungo tutta la carriera e dall’esito positivo della valutazione dipenderanno gli incrementi stipendiali. Proposta n. 7: Più giovani professori e meno lunghi precariati. In attesa di ripristinare il normale turn over dei docenti e dei tecnici-amministrativi cancellando l’attuale blocco quasi totale, devono essere subito esclusi dal blocco i reclutamenti di ricercatori (professori di terza fascia). Va confermato per il 2009 e potenziato negli anni successivi il reclutamento straordinario previsto dal Governo Prodi per dare spazio a tanti brillanti giovani ricercatori precari che attendono di misurarsi in concorsi seri per continuare a lavorare nelle università. Occorre modificare la normativa degli assegni di ricerca in modo da renderli dei veri posti di lavoro a tempo determinato nella ricerca post-dottorato per un minimo di tre anni e un massimo di sei, costituendolo nei fatti come il canale di formazione del docente/ricercatore. Un certo numero di assegni di ricerca, comprensivi del finanziamento per la ricerca, dovrebbero essere banditi direttamente dal Ministero con commissioni internazionali, lasciando che siano i vincitori a scegliere l’università o l’ente pubblico di ricerca dove svolgere il loro progetto di ricerca sull’esempio degli IDEAS - Starting Grants dell’European Research Council. Proposta n. 8: Innalzare la qualità dei dottorati di ricerca per innalzare la qualità delle università. E’ opportuno lasciare agli atenei il massimo di autonomia nell’organizzazione dei dottorati di ricerca, normalmente in scuole di dottorato, rendendo obbligatorio un numero minimo di borse di studio bandite ogni anno per ciascuna scuola di dottorato e un numero minimo di docenti attivi nella ricerca che vi si impegnano e ne assumono la responsabilità scientifica. Va attivato subito un meccanismo di accreditamento scientifico (ex post) delle scuole di dottorato come uno dei primi compiti importanti dell’ANVUR. In attuazione della Costituzione devono essere introdotte forme di diritto allo studio per il dottorato di ricerca che è il terzo e ultimo livello degli studi universitari. Proposta n. 9: Studenti protagonisti. Diritto allo studio e mobilità in Italia e in Europa E’ giusto garantire la borsa di studio a tutti gli studenti che abbiano conseguito l’idoneità alla borsa per ragioni di merito personale e basso reddito familiare, rivedendo la legge quadro e i successivi provvedimenti applicativi. E’ opportuno aprire un canale di borse di studio assegnate anticipatamente e direttamente dallo Stato, di cui gli studenti vincitori possano fruire in qualunque università italiana. Occorre sostenere finanziariamente gli studenti che utilizzano il programma ERASMUS per periodi significativi, spingendo in prospettiva tutti gli studenti universitari italiani a trascorrere un periodo di studio in un altro Paese europeo. E' importante approvare lo “Statuto dei diritti degli studenti” e introdurre specifici “diritti di cittadinanza” per gli studenti universitari lavoratori e fuori sede. E’ necessario rifinanziare il programma (legge 338/2000) per costruire residenze universitarie adatte ad ospitare non solo gli studenti con le borse del diritto allo studio ma anche gli studenti più meritevoli e quelli stranieri. L’internazionalizzazione delle università passa anche dalla presenza in Italia di molti studenti stranieri. E' necessario rivedere le modalità di accesso all'Università introducendo una selezione basata sul merito e rispettosa della normativa vigente (264/99). Proposta n. 10: Più finanziamenti pubblici al sistema universitario e par condicio tra le università. E’ velleitario pensare di competere in Europa e nel mondo definanziando le università. Le università devono accettare di riformarsi profondamente ma devono essere messe in condizioni finanziarie almeno pari alla media degli altri Paesi europei, ad esempio portando in cinque anni la spesa pubblica per l’università alla media OCSE (2,8%). Per favorire le donazioni liberali alle università (che vuol dire in particolare donazioni alla ricerca cui molti cittadini italiani appaiono propensi) il regime fiscale che incentiva il donatore non può dipendere dalla forma giuridica dell’istituzione che riceve la donazione ma solamente dalla sua natura e quindi deve valere indistintamente per tutte le università.

lunedì 27 ottobre 2008

Pubblichiamo il discorso integrale di Walter Veltroni al Circo Massimo.

Pubblichiamo il discorso integrale di Walter Veltroni al Circo Massimo.

Quella di oggi, diciamocelo con orgoglio, è la prima grande manifestazione di massa del riformismo italiano, finalmente unito. E lo è perché il Partito Democratico è il più grande partito riformista che la storia d’Italia abbia mai conosciuto.

Un italiano su tre si riconosce, crede nel disegno di un riformismo moderno. E’ un fatto inedito nella lunga vicenda nazionale. E oggi, in questo luogo splendido e immenso, siamo qui, in tanti, perché vogliamo bene all’Italia, perché amiamo il nostro Paese.

Con lo stesso amore, il 14 ottobre di un anno fa, il Partito Democratico nasceva da un grande evento di popolo.

L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa in questo momento. Migliore della destra che nel tempo recente lo ha già governato, anche se qualcuno troppo spesso finge di dimenticarlo, per sette lunghi e improduttivi anni.

L’Italia è un grande Paese democratico, è un Paese che ama la democrazia.

Perché l’Italia non dimentica, non potrà mai dimenticare quanti hanno sofferto, quanti hanno dato la vita per la sua libertà.

Lunedì scorso ci ha lasciati un grande amico, un padre della Repubblica, un maestro di vita per tutti noi. Aveva venticinque anni, Vittorio Foa, quando fu condannato e messo in galera: perché era antifascista, perché pensava diversamente da chi era al potere.

E per chi crede che fino ad un certo punto ci sia stato un fascismo in fondo non troppo cattivo, va ricordato che era il 1935. Non era ancora arrivata la vergogna delle leggi razziali. Ma il regime aveva già fatto in tempo a sopprimere la libertà di stampa e quella di associazione, a chiudere partiti e sindacati, a calpestare il Parlamento e a incarcerare, mandare in esilio o uccidere chi non si piegava alla dittatura: Don Minzoni, Giacomo Matteotti, Piero Gobetti. E due anni dopo la stessa sorte sarebbe stara di Carlo e Nello Rosselli e di Antonio Gramsci.

L’Italia, signor Presidente del Consiglio, è un Paese antifascista.

A chi le chiedeva se anche lei potesse definirsi così, “antifascista”, lei ha risposto con fastidio che non ha tempo da perdere, che ha cose più importanti di cui occuparsi, rispetto all’antifascismo e alla Resistenza.

Il presidente Sarkozy non avrebbe risposto così, non avrebbe detto questo della Resistenza animata dal generale De Gaulle, non avrebbe messo in dubbio che ogni francese è figlio orgoglioso della Parigi liberata dai nazisti.

E né Barack Obama, né John McCain risponderebbero con un’alzata di spalle ad una domanda sulla decisione del presidente Roosevelt di mandare a combattere e a morire migliaia di ragazzi americani. Quei ragazzi americani che sono morti per noi, per restituirci la libertà e la democrazia.

Nessuno avrebbe risposto come il nostro Presidente del Consiglio, perché non c’è nulla di più importante, per un grande Paese, della sua memoria storica. Un Paese senza memoria è un Paese senza identità. E chi non ha identità non ha futuro. E l’Italia ha bisogno di futuro.

Coltivare la memoria dell’antifascismo non è solo un atto di riconoscenza. Come ci ha ricordato un altro grande italiano, un uomo mite e rigoroso come Leopoldo Elia, se la democrazia viene coltivata e vissuta ogni giorno, si espande e cresce. Se viene mortificata e offesa, deperisce e può anche morire.

In tutti i Paesi del mondo ci sono i governi. Ma solo in quelli democratici c’è l’opposizione.

Coltivare la democrazia, farla vivere e crescere ogni giorno, significa rispettare l’opposizione, riconoscere la sua funzione democratica: nelle aule del Parlamento, come nelle piazze del Paese.

Se noi non svolgessimo fino in fondo il nostro ruolo all’opposizione, se non facessimo coesistere la durezza della denuncia e il coraggio della proposta, se non lo facessimo, tradiremmo il nostro mandato. E per colpa nostra, una colpa che sarebbe imperdonabile, la democrazia italiana diventerebbe più debole.

E’ indice di una mentalità sottilmente e pericolosamente illiberale, pensare che in una democrazia non bisogna disturbare il manovratore e che tutto ciò che limita, regola, condiziona il suo potere è solo un fattore di disturbo.

E’ un disturbo il Parlamento, perché vorrebbe e dovrebbe discutere le proposte di legge o i decreti del governo, prima di approvarli.

E’ un disturbo la magistratura, perché esercita un controllo di legalità che non può e non deve risparmiare chi governa la cosa pubblica in nome e per conto della collettività.

E’ un disturbo la Corte costituzionale, perché deve verificare la costituzionalità dei provvedimenti voluti dal governo e approvati dalla maggioranza in parlamento.

E’ un disturbo l’opposizione. Perché spezza l’incantesimo del plebiscitario consenso al governo. Perché dimostra che c’è un altro modo di pensare, che potrebbe domani diventare maggioritario. Perché vuole, come noi vogliamo, una grande innovazione istituzionale, il dimezzamento del numero dei parlamentari, una sola Camera con funzioni legislative, una legge elettorale che restituisca lo scettro ai cittadini. A cominciare dalla battaglia parlamentare che faremo nei prossimi giorni per mantenere il voto di preferenza alle prossime europee.

Una democrazia che decide, decide velocemente, decide dentro i principi della Costituzione, non con pericolose concentrazioni del potere. Una democrazia più moderna, alla quale abbiamo contribuito con le coraggiose decisioni dei mesi scorsi.

Noi oggi interpretiamo la nostra funzione in un modo che è perfettamente coerente con quanto dicemmo già al Lingotto, affermando che il PD, svincolato finalmente dai vecchi ideologismi, sarebbe stato “libero dall’obbligo di essere, di volta in volta, moderato o estremista per legittimare o cancellare la propria storia”.

Questo siamo: un partito libero, che non teme né di apparire moderato agli occhi di alcuni, né di sembrare estremista agli occhi di altri. Perché null’altro è che un grande partito riformista.

Un grande partito riformista, che fa dell’opposizione, un’opposizione di popolo, il modo per incidere oggi sulla realtà del Paese e per essere domani, strette le alleanze che le idee e i programmi vorranno, nuova maggioranza e nuovo governo per l’Italia.

Il PD avrà sempre, anche all’opposizione, una sola stella polare: gli interessi generali del Paese. Quel Paese che amiamo e il cui destino è la nostra ragione d’essere. Quel Paese che vogliamo unire, rifiutando l’odio e la contrapposizione ideologica.

Questa manifestazione è un grande momento di democrazia, sereno e pacifico.

E guai, davvero guai, a chi pensa di ridurre solo minimamente la libertà di avanzare critiche, la libertà di dissentire, la libertà di protestare civilmente contro decisioni e scelte che non condivide.

La democrazia non è un consiglio d’amministrazione. La minaccia irresponsabile e pericolosa di intervenire “attraverso le forze dell’ordine” dentro quei templi del sapere, della conoscenza e del dialogo che sono le Università, è stata qualcosa di abnorme e di mai visto prima. Puntuale, ancora una volta, è poi arrivata la smentita del Presidente del Consiglio. “Sono i giornali che come al solito travisano la realtà”, ha detto da Pechino.

Ora: cambiando il fuso orario si può anche cambiare idea, e in questo caso è un bene che ciò sia avvenuto. C’è però qualcosa su cui vale la pena riflettere. Perché un’alta carica istituzionale si può permettere sistematicamente di negare ciò che è evidente, ciò che per giorni le televisioni hanno ritrasmesso sbugiardando l’ennesima smentita? Perché il Presidente del Consiglio si sente autorizzato, nel pieno della tempesta finanziaria che stiamo vivendo, ad invitare i cittadini a comprare le azioni di questa o quella azienda? Perché può arrivare ad annunciare una decisione non presa come quella della chiusura dei mercati, facendosi smentire persino dalla Casa Bianca? Se l’avessero fatto Gordon Brown o Angela Merkel sarebbe successa una catastrofe. Siccome nel mondo sanno chi è, non è successo niente.

Ma perché coltiva questa impunità delle parole? Questa strategia dell’inganno permanente nei confronti dei cittadini? La presunzione che si possa promettere di tagliare le tasse che poi non si tagliano, di fare delle mirabolanti opere infrastrutturali che poi non vengono nemmeno progettate?

E’ l’idea del potere che non è tenuto a rispondere dei suoi comportamenti. E’ un’idea del potere inaccettabile. E’ la confusione tra governare e prendere il potere.

Contro questi rischi l’opinione pubblica, la cultura, la coscienza critica del Paese, l’antico amore degli italiani per una democrazia viva e piena, devono farsi sentire.

Voglio essere chiaro: noi non pensiamo che questo governo sia la causa di tutti i mali. Non saremo noi, a differenza di chi ci ha preceduto nel ruolo di opposizione, a gridare al regime.

Il problema è che il governo Berlusconi è totalmente inadeguato a fronteggiare la gravissima crisi che stiamo vivendo. E lo è per una ragione semplice: perché non ha nel cuore l’Italia che produce e che lavora, l’Italia che soffre. E’ un governo che si occupa di rassicurare i potenti di questo Paese, piuttosto che di combattere la drammatica situazione di imprese e lavoratori.

L’Italia può essere altro. L’Italia “è” altro.

E’ però vero che la fotografia dell’Italia attuale sta sbiadendo, ha quasi del tutto perso i colori, e la ricchezza delle sfumature, della modernità. I volti degli italiani appaiono sgranati e in bianco e nero. Come le vecchie immagini di una volta, perché l’immobilismo che già ieri ci condannava ad una crescita stentata rischia oggi, dentro una crisi economica di questa gravità, di farci tornare drammaticamente indietro.

Tornano indietro gli artigiani, gli operai. C’è stato un tempo in cui la fatica, i sacrifici e il talento, la specializzazione, davano dignità al lavoro e permettevano anche di metter su un laboratorio in proprio, e poi magari una piccola fabbrica. L’ascensore sociale funzionava, le condizioni di vita miglioravano. E comunque c’era la speranza che questo potesse accadere.

Oggi come vive un operaio che fatica tutto il giorno, e che troppo spesso in questo Paese sul lavoro rischia la vita, per 1.200 euro al mese? Che speranza può avere di poter star meglio, se deve invece preoccuparsi di essere messo in cassa integrazione, di arrivare in fabbrica una mattina e di leggere nella bacheca di servizio che fra sei mesi si chiude perché la produzione si ferma?

Tornano indietro le aziende, rischiano di tornare indietro i piccoli e medi imprenditori. Quelli che sanno mettere a punto nuove tecniche e creare nuovi prodotti, e che così hanno fatto crescere il Paese.

E’ gente onesta, che esce di casa che è ancora buio e torna a casa che è già notte, e fatica a dormire per la paura di non farcela e di dover chiudere: perché l’affitto aumenta a rotta di collo, le bollette paiono impazzite, la burocrazia è soffocante, la pressione fiscale opprimente. Sognavano di crescere per poter competere meglio, ma devono fare i conti con una realtà opposta: difficoltà ad avere finanziamenti dalle banche, che anzi chiedono di rientrare rapidamente dal debito, ed esportazioni che calano perché i clienti americani, tedeschi e inglesi sono impegnati a ridurre al massimo i consumi.

Qualche giorno fa, ad una azienda metalmeccanica del bresciano che ha cinquanta dipendenti ed è attiva da mezzo secolo, è stato chiesto di rientrare subito del fido e intanto hanno bloccato le carte di credito. “E’ una cosa umiliante”, ha detto il titolare. Ecco uno degli effetti di questa crisi: non conta la storia e la serietà di un’impresa, si guardano solo i numeri e i conti. Quelli della banca, non quelli dell’azienda.

E tornano indietro, non possono proprio a guardare avanti, i giovani, i nostri ragazzi. Su un muro di Milano qualcuno ha scritto: non c’è più il futuro di una volta. E’ la cosa più grave. Ieri a vent’anni e a trenta si raccoglievano i frutti dello studio o già si lavorava, e comunque si pensava al domani convinti che sarebbe stato migliore rispetto alla vita vissuta dai dei propri genitori.

Oggi i giovani italiani sono prigionieri della gabbia del precariato. Sono storie umilianti, e sono tantissime. La risposta ad un annuncio su Internet e l’invio di un curriculum, le cuffie in testa e il microfono per rispondere alle telefonate, i 1.200 euro lordi promessi dai selezionatori che diventano 800 e cioè 640 netti considerando i giorni effettivi di lavoro.

Quattro euro l’ora. Una vita precaria e i sogni mortificati per quattro euro l’ora. Ma si accetta, perché con il contratto a scadenza si è sotto ricatto. E si accetta.

E quella foto dell’Italia è in bianco e nero, purtroppo, anche a simboleggiare gli opposti, anche a dire dell’estrema ricchezza e dell’estrema povertà che dividono in due un paese ingiusto.

Non siamo solo noi, non è la cattiva propaganda dell’opposizione ad affermarlo, lo ha detto la Banca d’Italia, lo dice l’Ocse: la nostra è una delle società più diseguali dell’Occidente, siamo uno dei paesi nei quali la forbice tra chi ha tanto e chi ha poco o niente si è fatta più larga.

L’Italia ha urgente bisogno di crescere e per questo ci vuole, lo diciamo da mesi, un grande patto tra i produttori.

Siamo nel pieno della terribile, drammatica crisi finanziaria internazionale, che sta producendo una grave recessione mondiale e che si è abbattuta anche sul nostro Paese. Una crisi che richiederebbe, da parte di chi governa, senso di responsabilità e moderazione. Parole sconosciute a Berlusconi.

La crisi non va certo spiegata agli operai, alle imprese, ai ragazzi che cercano o perdono un lavoro. Lo sanno bene, lo sapete bene, lo vivete ogni giorno sulla vostra pelle. Lo sanno i pensionati, che prendono ogni mese la stessa pensione e intanto pagano di più per il pane, per la pasta, per le bollette della luce e del gas. Lo sanno le famiglie italiane, che faticano ad arrivare alla fine del mese. Lo sanno i sette milioni e mezzo di persone che vivono poco al di sopra della soglia di povertà, 500-600 euro al mese, vicinissimi a quegli altri sette milioni e mezzo che già stanno sotto. Fanno 15 milioni in totale. Non esagera, la Caritas Italiana, quando lancia l’allarme povertà.

C’è la crisi. Ed è vero che ci arriva dagli Stati Uniti. Ma nessuno può farne un alibi o una scusa. Soprattutto non può farlo, non può chiamarsi fuori, una destra che per anni ha diffuso a piene mani tre tossine, culturali e politiche.

La prima è un’idea monca della libertà, quella che considera ogni regola come un inciampo, che è figlia dell’ideologia del liberismo selvaggio e dell’individualismo sfrenato. E la disinvoltura con cui si fa una bella capriola e si diventa all’improvviso statalisti nasce dal fatto che l’unico vero sistema che piace alla destra è quello nel quale sia il mercato che lo Stato sono al servizio degli interessi dei più forti.

La seconda tossina è la freddezza, lo scetticismo, l’ostilità perfino nei riguardi dell’Europa. Ed è ovvio: l’Europa è coesione sociale e crescita economica insieme, è un orizzonte che chiama a muoversi in un sistema di regole e responsabilità comuni.

La terza tossina è il primato della finanza e di quella più creativa, più disinvolta e più cinica possibile, nei riguardi del lavoro e della produzione di beni e servizi. Vi farò tutti ricchi, perché il denaro da solo moltiplicherà il denaro, tutti avrete il vostro albero delle monete d’oro nel campo dei miracoli. L’impegno, la fatica, lo studio, la pazienza e la tenacia non servono più, sono avanzi del passato: tutto è facile, tutto è possibile, perché tutto è lecito.

La crisi, ha detto un grande economista come Paul Samuelson, “è figlia di un insieme diabolico di avidità, indebitamento, speculazione, laissez-faire, e soprattutto un’infinita incoscienza”.

C’è il ritratto della destra, dietro queste parole. Anche della destra italiana di questi ultimi quindici anni.

L’intervento dello Stato è “un imperativo categorico”, ha detto Berlusconi fulminato sulla via di Damasco. Ma sicuramente un giorno arriverà una smentita anche di questa frase. Come quando, poche ore dopo averla fatta, ha corretto quell’affermazione destinata comunque a rimanere negli annali per la sua totale irrealtà: “la crisi non avrà effetti sull’economia reale”.

E’ invece proprio l’economia reale l’emergenza vera di queste ore. Cosa ha fatto il Presidente del Consiglio per difendere le piccole e medie imprese o il potere d’acquisto dei salari e degli stipendi degli italiani? Nulla, assolutamente nulla.

Cosa ha fatto, cosa sta facendo il governo per le famiglie? Ha tagliato del 32 per cento il Fondo a loro destinato, e lo ha fatto per coprire una parte dell’abolizione dell’Ici sulle abitazioni dei più ricchi. Così, come ha denunciato l’Associazione famiglie numerose, c’è un “signor Rossi” milionario, che ha 500 mila euro di reddito annuo, diverse case di proprietà e non ha figli, che non paga più l’Ici perché un “signor Rossi” che fa l’operaio, che ha 25 mila euro di reddito annuo e vive in una casa in affitto con moglie e quattro figli a carico, non riceve più i 330 euro che prima gli arrivavano dal Fondo per le famiglie.

Insomma, dinanzi a una crisi che sta impoverendo ancora di più le famiglie italiane, il governo cosa fa? Spende le poche, preziose risorse per i più ricchi. E questi costosi regali li pagano tutti i contribuenti, perché hanno meno servizi, perché pagano più tasse e perché ricevono meno sostegni. Li pagano i Comuni, cuore del nostro Paese, costretti per questo a scelte socialmente dolorose. Li pagano gli italiani all’estero, anche loro cuore del Paese, anche loro colpiti anche dalle scelte di questo governo.

Voglio dirlo chiaramente: il governo ha sbagliato tutte le previsioni economiche, il governo ha fatto una Finanziaria che immaginava una fase di crescita, il governo ha esplicitamente e drammaticamente sottovalutato le conseguenze durissime che la crisi sta avendo sulle famiglie e sulle imprese.

Si sono riuniti anche di notte per garantire sostegno alle banche, quelle banche che devono restare indipendenti dalla politica. Ora si riuniscano anche di notte per fare invece un grande piano per i cittadini, per combattere la recessione e l’impoverimento della società italiana.

Dalla crisi del ’29 si uscì con il New Deal. Ora nel nostro Paese è tempo di un Piano organico per la crescita e la lotta alla povertà e alla precarietà.

L’Italia è un Paese migliore della destra che lo governa.

Le misure per stabilizzare la crisi finanziaria, prese a livello europeo, sono giuste e necessarie. Ma non sono sufficienti. Ne servono altre, indispensabili: il sostegno con un fondo di garanzia alle micro e piccole imprese, un piano di investimenti in infrastrutture e soprattutto un intervento per aumentare i redditi da lavoro, i salari, gli stipendi, le pensioni degli italiani.

Abbiamo presentato proposte per sostenere l’economia reale. Se queste priorità saranno riconosciute noi faremo, come sempre, la nostra parte. La faremo, come ho detto, per l’Italia, non certo per Berlusconi.

Noi da questa piazza non insultiamo nessuno e non gridiamo al regime. La nostra sfida è chiara, ed è la stessa che lanciammo al Lingotto.

Non conservare quello che c’è. Non assegnare al riformismo il compito di difendere anche importanti conquiste del passato.

No, è il tempo della costruzione dell’Italia del nuovo secolo. E’ il tempo del coraggio riformista, non della pigrizia conservatrice.

Le nostre proposte sono sul tavolo. Noi chiediamo di ridurre, a partire dalla prossima tredicesima, il peso delle tasse sui lavoratori dipendenti e sui pensionati. Proponiamo di destinare a questa misura sei miliardi di euro, in un insieme di interventi che valgono lo 0,5 per cento del Pil.

E’ un intervento rilevante ma sostenibile per le nostre finanze pubbliche, risanate dall’azione di un uomo che quando governava pensava al Paese, e non a se stesso: Romano Prodi. E’ un intervento sostenibile, nel momento in cui si è introdotta una maggiore flessibilità dei parametri europei all’interno dei vincoli del Patto.

La spesa pubblica, in Italia, deve essere ridotta. Senza esitazioni. La nostra linea, però, è “spendere meno e spendere meglio”. Non “spendere meno” e basta, senza preoccuparsi di cosa ne sarà delle scuole, degli ospedali, della sicurezza dei cittadini.

Abbiamo sempre detto “pagare meno, pagare tutti”. E invece ora di pagare meno non c’è traccia e la lotta all’evasione fiscale è scomparsa dall’orizzonte. Il governo sta riproponendo la vecchia ricetta: aliquote alte, pochi controlli, evada chi può. Complimenti: è la strada maestra per andare tutti a fondo.

E vorrei porre qui la domanda che si stanno facendo gli imprenditori e tutti gli italiani: dov’è finita la promessa di ridurre le tasse? Di portare la pressione fiscale sotto il 40 per cento?

La verità è che le tasse le stanno aumentando Voglio ripeterlo: le tasse stanno aumentando.

E questo proprio in una fase di recessione, quando si dovrebbe consentire a chi ha redditi medi e bassi di poter aumentare i propri consumi.

E poi: abbiamo sempre detto che la pubblica amministrazione deve essere riformata. Dunque va bene la lotta ai veri fannulloni. Chi lavora nel settore pubblico, a cominciare dai dirigenti, deve metterci il doppio e non la metà dell’impegno di chi lavora nel settore privato.

Ma la pubblica amministrazione è piena anche di persone straordinarie, che mettono al servizio della collettività sapere e competenza, in cambio di un reddito col quale faticano a vivere dignitosamente. Penso agli infermieri e ai medici ospedalieri. Penso agli agenti delle forze di polizia, che rischiano la vita e devono chiedere l’anticipo sulla liquidazione per tirare avanti.

Penso alla scuola, alla ricerca, all’Università. Il governo ha fatto due errori. Il primo: le ha ridotte a voci da tagliare, dimenticando che sono un settore strategico per il futuro del Paese. Un settore da riformare, anche in profondità, ma per investirci maggiori e non minori risorse.

Stupisce lo stupore per la protesta che sta dilagando in tutta Italia. E’ una protesta giusta, perché consapevole, responsabile e assolutamente non violenta. Come sempre dovrà essere, respingendo il tentativo di radicalizzare lo scontro portato avanti dal governo. E’ un movimento senza bandiere né di partito, né di sindacato. Una grande prova di autonomia della società civile. Le maestre insieme alle mamme, gli studenti insieme ai rettori. Questo movimento ama la scuola e la vuole cambiare, tanto che nelle piazze ci va anche per fare lezioni all’aperto di fisica o di filosofia.

Il governo invece sta togliendo l’aria all’Università italiana, sta impedendo l’ingresso di nuove leve di ricercatori e docenti all’interno degli atenei, sta togliendo ogni prospettiva di poter continuare a lavorare nel nostro Paese a giovani scienziati che hanno fin qui fatto partecipare l’Italia a progetti come quelli del Cern di Ginevra o hanno garantito il monitoraggio di vulcani e terremoti in un Paese come il nostro. Giovani scienziati che si sono visti bloccare l’assunzione dal governo Berlusconi del 2002 e che si vedono arrivare il licenziamento dal governo Berlusconi del 2008.

“Prenda nota, signor ministro Giulio Tremonti – non sono io a dirlo, ma è uno storico come Franco Cardini dalle colonne del “Secolo d’Italia” – ritirare l’appoggio alle Università è un modo di rubare ai poveri per dare ai ricchi. Un modo come infiniti altri. Ma è l’esatto contrario di quel che avrebbe voluto il ‘suo’ Robin Hood”.

Il secondo errore è forse ancora più grave. Avete camuffato i tagli sotto le mentite spoglie di una “riformetta” che ha mortificato la dignità culturale e professionale dei docenti, la partecipazione dei genitori e degli studenti, la natura di comunità educante della scuola.

Voglio essere chiaro: ogni posizione conservatrice sulla scuola e l’Università è sbagliata. Abbiamo bisogno della scuola dell’autonomia e del merito. Di una scuola che abbia fiducia nella capacità di scelta dei ragazzi. Di una scuola guidata da un progetto educativo moderno e capace di promuovere opportunità sociali e merito, in un contesto di permanente, indipendente, valutazione di qualità.

I conservatori sono quelli che si preoccupano di sistemare piccoli particolari, come il grembiule e il ripristino dei voti. C’è bisogno invece di una radicale riforma.

E voglio dire che se c’è una materia sulla quale il Paese dovrebbe proiettare se stesso oltre le divisioni, è proprio una scelta di fondo della scuola e dell’Università. Non si può ad ogni cambio di ministro stravolgere la vita di milioni di famiglie, di ragazzi, maestri e professori.

E’ la sfida dell’innovazione della scuola, quella che ci interessa.

La scuola elementare italiana, una delle migliori del mondo, è il frutto di decenni di elaborazione pedagogica, teorica e sul campo. Che cultura, che pensiero, che innovazione c’è dietro il ritorno al maestro unico o all’abolizione per via di fatto del tempo pieno?

E davvero qualcuno pensa che il fenomeno del bullismo si possa risolvere con il voto in condotta? No. Non è così semplice, non è così banale. Dietro questi atteggiamenti c’è molto di più. Dietro il fatto che un bambino su cinque comincia a bere tra gli 11 e i 15 anni c’è davvero un vuoto più grande. C’è il degrado e sociale e il disagio familiare. C’è l’annoiarsi di fronte alla vita di chi forse è spinto a conoscere il prezzo ma certo non il valore delle cose.

Quel vuoto a noi spaventa. Per voi è indifferente. Perché vi è congeniale. L’avete alimentato con la vostra cultura dell’individualismo e dell’egoismo. Con il vostro fastidio per ogni regola morale. Con la vostra idea che contano non lo studio e il lavoro, ma solo il successo facile. Quello che si raggiunge anche senza saper far niente, basta apparire in televisione. Quello che si può ottenere in ogni modo, anche prendendo le scorciatoie e passando sopra gli altri.

Uno scrittore, che di mestiere fa anche il professore, ha raccontato così i pensieri di una sua studentessa, di una ragazza come tante della sua generazione: “Professore, ha presente il fascio di luce che d’improvviso avvolge l’ospite d’onore e lo separa dal buio? Quella chiazza bianca o gialla sul palcoscenico? Mi sono accorta – dice questa ragazza – che è piccola, un cerchio minimo. Tutti non ci possiamo entrare, e neanche parecchi. Lì c’è posto per pochissimi. Per gli altri c’è il buio, il niente, al massimo un posto in platea per applaudire chi ce l’ha fatta e crepare d’invidia. A me non piace stare da una parte ad applaudire agli altri. Oggi a nessuno piace. Ma non mi va nemmeno di uscire dal teatro e mettermi a battere chiodi o sudare per due lire come mio padre e mia madre. Io quella luce la voglio. Io li capisco quelli che bruciano le macchine a Parigi. Loro la luce se la fanno da soli, e il mondo li guarda, arrivano le telecamere e il buio non c’è più, non c’è più questo schifo di vita”.

Questa cultura l’ha creata la destra. L’avete costruita voi. Non vi interessa la scuola perché la vostra scuola è la televisione. E la vostra diseducazione civile degli italiani rimbalza fin dentro le scuole.

Fa rabbrividire la mozione della Lega sulle classi differenziate per i bambini stranieri. “Famiglia cristiana” l’ha definita “la prima mozione razziale approvata dal Parlamento italiano”.

Che nella scuola dell’obbligo ci siano classi separate o test d’ammissione per distinguere un bambino dall’altro è un danno per tutti. E’ un danno per i bambini italiani, che considereranno quei loro amici diversi da loro, introiettando un concetto foriero di catastrofi. E’ un danno drammatico per i bambini immigrati, che si sentiranno messi ai margini e respinti, e coltiveranno un senso di separatezza che potrà essere molto rischioso in primo luogo per la sicurezza della nostra società.

Quella mozione offende i bambini, umilia la scuola e il Parlamento. La questione dell’insegnamento dell’italiano ai bambini stranieri è una questione reale, che da anni la scuola elementare affronta con successo e che dovrà ancora di più saper affrontare, attraverso lo sviluppo dei corsi integrativi e non con la segregazione etnica.

Si chiama interculturalità. Ed è un altro esempio di come l’Italia sia migliore, molto migliore della destra che la governa.

E’ con l’Italia, allora, che dovete discutere e ragionare. Con la scuola e l’università, innanzitutto. E poi in Parlamento: aprendo quello spazio di confronto auspicato con la consueta saggezza dal Presidente Napolitano, cercando soluzioni condivise e perciò stesso durature, perché sottratte al conflitto politico immediato.

Noi vi facciamo una proposta: il Governo ritiri o sospenda il decreto attualmente in discussione in Parlamento, modifichi con la Legge Finanziaria le scelte di bilancio fatte col decreto e avvii subito un confronto con tutti i soggetti interessati, giovani studenti, famiglie, docenti. Fissando un tempo al termine del quale è legittimo che le decisioni siano prese.

E’ il tempo di dirsi chiaramente una cosa, anche autocriticamente: nella scuola e nell’Università italiana forse si spende male, ma certo si spende poco. E’ il cuore del futuro del Paese, e per questo voglio prendere un impegno: quando governeremo l’Italia, noi dovremo fare quello che in questi giorni ha detto il Presidente francese. E cioè un grande sforzo per l’istruzione, per la formazione dei giovani. Sarkozy ha annunciato che all’Università sarà progressivamente destinato il 50 per cento in più di risorse. E’ una assoluta priorità, che non si può non vedere e che non ha colore politico. Quando noi governeremo, faremo altrettanto.

Se le cose cambiano, va cambiato anche il modo di guardarle. Alla parola “costi” si deve sostituire la parola “investire”.

Vale, questo, per la grande frontiera dell’ambiente, per il gigantesco problema del surriscaldamento globale, per la strada indispensabile delle energie rinnovabili.

Basta col pensare che tutto, quando si parla di questioni ambientali, sia solo un costo da sopportare. “Costi irragionevoli”, ha detto il Presidente del Consiglio di fronte ai nostri partner europei.

L’ambiente e l’economia non sono nemici tra loro. Il Pil può salire mentre contemporaneamente aumenta la tutela della natura e migliora la qualità della vita. Anzi: il Pil sale solo se al centro dello sviluppo c’è la sostenibilità, c’è la riconversione dell’economia.

Davvero non si capisce perché se la Germania è riuscita a creare, nel comparto delle fonti rinnovabili, duecentomila posti di lavoro negli ultimi dieci anni, da noi non possa avvenire qualcosa di simile. O perché non sia possibile seguire l’esempio della California, che puntando sull’efficienza energetica ne ha creati un milione e mezzo.

E ad ogni modo: solo se gli impegni internazionali assunti dall’Italia saranno confermati, come è dovere di un grande paese europeo, sarà giusto studiare momenti di flessibilità per venire incontro alle esigenze delle imprese nell’attuale situazione.

Il Partito Democratico vuole essere il grande partito dell’ecologismo moderno, fatto non di pregiudizi antiscientifici, ma dall’idea che sia proprio l’ambiente, scegliendo la via della “rottamazione” del petrolio, della fine della dipendenza dai combustibili fossili, degli investimenti sulle fonti rinnovabili, del potenziamento del trasporto pubblico, a poter garantire la nostra ricchezza di oggi e il domani dei nostri figli.

Alle mie spalle, la vedete, c’è una bellissima frase di di Vittorio Foa: “pensare agli altri, oltre che a se stessi, e pensare al futuro, oltre che al presente”.

Valgono, queste parole, per l’ambiente. E valgono per il drammatico corto circuito che nella nostra società si sta creando per colpa di un’equazione tanto ingiusta quanto sbagliata: più immigrazione uguale insicurezza, straniero uguale estraneo, diverso, “altro” da sé, minaccia per il proprio territorio, la propria casa, la propria incolumità. E quindi nemico da allontanare, da respingere, da cacciare.

Non ci stancheremo mai di ripeterlo e mai di fare di tutto per rendere concreto questo principio: la sicurezza è un diritto fondamentale di ogni cittadino. Chiunque lo colpisce va perseguito, qualunque sia la sua nazionalità. E basta con la vergogna di troppi delinquenti, non importa se italiani o stranieri, arrestati dalla polizia e poi scarcerati dopo pochi giorni, o di condannati che evitano il carcere grazie a una serie infinita di premi e benefici.

Però quell’equazione no, non si può fare. Non si può negare uno dei fondamenti della nostra civiltà: sono gli individui che commettono un crimine che vanno puniti. Mai i gruppi, mai le comunità etniche, sociali o religiose.

La madre del razzismo è la paura. Il problema è che ad alimentarla c’è anche l’uso politico dell’immigrazione. Il massimo dell’ipocrisia in chi, come il governo, dovrebbe avere l’onestà di dire che da quando ci sono loro gli sbarchi sono raddoppiati, le espulsioni sono ferme e si sta creando una nuova bolla di clandestinità.

La paura, ha detto bene Ilvo Diamanti, “paga”. In termini elettorali e di consenso, almeno nell’immediato. “Per contrastare il razzismo”, ha scritto ancora Diamanti, “si dovrebbe combattere la paura. Invece viene lasciata crescere in modo incontrollato. E molti, troppi, la coltivano, questa pianta dai frutti avvelenati che cresce nel giardino di casa nostra”.

Molti, troppi episodi si sono verificati negli ultimi mesi, nelle ultime settimane. Di quasi tutti si è detto “il razzismo non c’entra”. Ma non è razzismo l’assassinio di Abdoul, ucciso per una scatola di biscotti al grido di “sporco negro”? Non ci sono l’ignoranza, l’estraneità e l’ostilità verso “l’altro” dietro l’aggressione di un ragazzo cinese alla fermata di un autobus? Non dobbiamo pensare che ci sia razzismo dietro il fermo violento da parte dei vigili e il pestaggio di Emanuel? Dietro quel negargli persino il cognome?

E c’è un episodio che mi ha colpito particolarmente. In una scuola di una provincia italiana i bambini avevano disegnato, insieme alle loro maestre, delle sagome da mettere vicino alle strisce pedonali per dire agli automobilisti di rallentare. Queste sagome ritraevano loro. Erano bambini e bambine. Erano di colori diversi. Qualcuno deve aver pensato che c’era qualcosa di sbagliato nel fatto che ci fossero ritratti di bambini neri e di bambini bianchi insieme, e ha pensato di andare, di notte, a sbiancare con la vernice le sagome scure. Razzismo strisciante, vigliaccheria e pretesa di insegnare la propria aberrante idea di ciò che è giusto: il peggio del peggio riunito in un solo gesto.

Ecco qualcosa di fronte al quale noi non siamo e non saremo mai indifferenti. Qualcosa che noi combattiamo e combatteremo sempre.

L’Italia non è non sarà mai un Paese razzista.

E domando: la libertà e la democrazia non sono diminuite e ferite quando si ripetono atti di odiosa e intollerabile omofobia, che allontanano le nostre possibilità di convivenza civile e allargano il discrimine che vive sulla propria pelle chi non gode di leggi di pari opportunità e non è adeguatamente tutelato contro i reati d’odio?

L’Italia è un paese migliore della destra che la governa. La sua storia racconta un paese migliore.

Un bravo giornalista lo ha detto bene. Nei decenni successivi alla guerra, i nostri dialetti erano lingue ben strutturate, che resistevano tenacemente alla penetrazione dell’italiano. Allora nessuna Lega pensò di differenziare i ragazzi. Nessun ministro italiano immaginò mai di separare i piemontesi dai calabresi, i lombardi dai siciliani, i veneti dagli abruzzesi. Eppure quella era un’Italia nettamente divisa in classi, piena non solo di differenze linguistiche ma di diseguaglianze sociali. Ma quell’Italia non fu mai razzista, non fu mai “differenziata”.

L’Italia non può diventare questo proprio oggi, nel tempo che vede incrociarsi culture, popoli e persone. Noi non permetteremo che accada. Noi continueremo a credere che alla paura e anche alla sua percezione va data risposta, e che insieme va data risposta a chi arriva qui, lavora onestamente, e chiede integrazione, chiede diritti civili, chiede di poter votare, a cominciare dalle amministrative.

L’Italia è un Paese migliore della destra che la governa.

Moltiplicano l’ingiustizia in un Paese ingiusto.
Scelgono l’immobilismo in un Paese fermo.
Alimentano l’odio in un Paese diviso.
Cavalcano la paura in un Paese spaventato.

Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.

Stanno facendo dell’Italia un deserto di valori e la chiamano sicurezza.
Stanno cercando di creare un pensiero unico e lo chiamano gradimento, consenso.
Stanno calpestando principi e regole della vita democratica e la chiamano decisione.

Ma l’Italia, nonostante tutto, resta migliore.

C’è l’Italia delle 250 mila persone che con una firma si sono strette attorno ad un ragazzo di ventotto anni che rischia ogni giorno la vita e che continua a combattere contro la camorra con le sole armi che possiede e vuole usare: la passione civile, il coraggio delle idee e la straordinaria forza della scrittura, che arriva lì dove la violenza e la stupidità di uomini che non valgono nulla non arriveranno mai.

A Roberto Saviano va il grazie di tutti noi che oggi siamo qui in questa piazza.

Lo stesso grazie va alle forze dell’ordine, ai magistrati, agli imprenditori coraggiosi e alle associazioni che ogni giorno contrastano l’illegalità, resistono alla sopraffazione, tengono viva la speranza. Ad ognuno di loro va il grazie di tutti gli italiani onesti e perbene, di tutti coloro che non si rassegnano a pensare che le cose continueranno ad andare così perché così è sempre stato e nulla può cambiare.

Un’altra Italia è possibile. L’Italia della legalità, e non della furbizia. L’Italia della responsabilità, e non dell’esclusivo interesse personale. L’Italia del merito, e non dei favori. L’Italia della solidarietà, e non dell’egoismo. L’Italia dell’innovazione, e non della conservazione.

Oggi da questo luogo meraviglioso noi vogliamo far arrivare agli italiani un messaggio di fiducia.

Le cose possono cambiare. Le cose cambieranno. Non c’è rassegnazione che non possa cedere il passo alla speranza. Non c’è paura che non possa essere vinta dalla consapevolezza di sé e dall’apertura agli altri. Non c’è buio dopo il quale non venga la luce.

E allora dell’Italia tornerà a vedersi tutto il meglio. La civiltà di un popolo che sa accogliere ed includere. La creatività e il talento di generazioni di donne e di uomini che hanno sempre cercato il nuovo. Il coraggio di chi ha traversato il mare, di chi ha lasciato la propria terra per lavorare e fare più ricco il Paese. La tenacia di chi ha rischiato per fare impresa e di chi si sacrifica per difendere legalità e sicurezza.

E’ la nostra meravigliosa Italia. Quella che è stata e quella che può essere. Quella che sarà con il nostro lavoro, il nostro coraggio, la nostra voglia di futuro.

Un’altra Italia è possibile. La faremo insieme.